Rassegna storica del Risorgimento

LUCANIA
anno <1957>   pagina <415>
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La Basilicata di un secolo fa 415
rie, complice la legge clie per poco non cancellò ogni tutela di governo, lar­gheggiando autonomia e libertà a chi viveva tra gli artigli altrui, sicché se fossero stati soppressi,! poveri non avrebbero avuto alcun danno. L'ammini­strazione di tanti beni, tenuta di padre in figlio, dalle stesse famiglie di si­gnorotti, non era garantita da nessuna tutela; unica legge era l'arbitrio, non c'era alcun controllo, non si davano (masi mai i conti; il patrimonio della carità è poco meno di un'incognita, mal risolta da inventari incompleti o sperduti, da titoli di proprietà contesa, e di crediti vulnerati dalla prescrizio­ne, o da litigi senza fine a schiarire il possesso, la origine degli acquisti, il di­ritto ai censi; onde quelle sostanze hanno aspetto di un fortilizio, scavato talvolta, sempre poi circuito da assediami .
In una provincia cosi vasta e accidentata, aspra ed impervia, la viabi­lità era un mito. Non era cosa facile passare torrenti, fiumare, ruscelli, spro­fondarsi in burroni, inerpicarsi su cigli o su creste di abissi, attraversare ter­reni polverosi e malsani. In quei tempi le reti stradali comunali in Italia erano di 70.000 Km.; di essi appena 70 spettavano alla povera Basilicata. L'andare, per esempio, da Bernalda a Vietri richiedeva il tempo necessario ad andare da Napoli a Milano, ed era più facile andare a Parigi o a Londra che da Ter­ranova a Montcmilone. Perciò pochi si muovevano dalla terra natia, e meno le donne che morivano nel luogo dov'erano nate, senza conoscere nessun al­tro paese, senza aver rapporti con gente più evoluta e felice.
Agl'impedimenti del suolo bisognava aggiungere la tristizia dei tempi e la paura dei banditi; il viaggiare per mare era meno rischioso che per terra. Nessuno si avventurava senza scorta, e le stesse autorità si facevano seguire da un codazzo di guardie, non per onore, ma per difesa; chi ne faceva a meno, parendo agli abitanti audacia stolta, perdeva prestigio ed autorità. Alcuni di condizioni agiate, se erano costretti a raggiungere terre lontane, facevano testamento prima di mettersi in viaggio, perchè le sventure accadute in pre­cedenza giustificavano quei terrori. Spesso occorreva guadare i fiumi a ca­vallo nei punti meno pericolosi; ma per raggiungerli bisognava raddoppiare il cammino tra selve e precipizi, arrampicarsi su balze, orleggiare abissi e ci­glioni di monti, dove non si vedevano orme di uomini o di bruti, attraversare trattori e sentieri più usati da capre che da uomini; in tanta orridezza di cammino quelle viuzze ti rinfrancano l'anima; benedici alla civiltà delle ca­pre che ebbero cura di tracciarle e di offrirti così certissimo segno che ella non è terra disabitata.
Le pioggie i tuoni e le nevi che in quelle terre meridionali fioccavano più abbondanti che nel settentrione, sformavano e cancellavano i sentieri. Chi si metteva in cammino dopo le pioggie incontrava gole d'acqua, terreno infido sull'erta dei colli e sull'orlo dei precipizi, mari di fango, in cui sprofon­dava cavallo e cavaliere; anche le rarissime strade rotabili erano impantano per la fragilità del suolo, che non ebbe mai naturale consistenza; non pochi colli per terremoti e forza di acqua si disfacevano e cadevano sulle strade, che correvano loro attorno. Anche chi, d'estate, viaggiava di notte, correva pericoli e rischi per i fratturi erbosi che sfuggivano all'occhio, per l'oscurità che nascondeva i precipizi, simulava gii abissi, e bisognava raccomandarsi al cavallo, perchè mettesse il piede al posto giusto.
Chiunque viaggiava, doveva dissetarsi ai rivoli, fare digiuno o recare seco bevanda e cibo per non correre rischio di morire di fame. Dice il Pani