Rassegna storica del Risorgimento

LUCANIA
anno <1957>   pagina <416>
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Saverio La Sorsa
Rossi: e Non una fronda o pianta ombrosa, la quale poi sia riparo dal sole d'estate, che su per quei gioghi, è cocente da spaccar i macigni: diresti di viaggiare dell'Africa, se gli oasi [sic) frequenti d'ubertosi terreni, la vaghezza loro in iapeoie dove ti approssimi ai lidi Jonici, e i dirupi alternati ad incan­tevoli piani, non t'avvertissero che poggi su di un suolo ove barbarie e civiltà, insanie di abitatori e insanie di cielo e di terremoti studiarono a chi più la gettava so.ssop.ra . l) Questa iniqua situazione faceva sì che i cittadini consi­derassero i loro paesi come un carcere, dove si era obbligati a vivere, a non produrre più del necessario ai bisogni locali, non essendovi la possibilità di esportare il di più in altri luoghi, a patire la privazione dei beni indispensabili all'esistenza, a non avere aiuti in casi di disastri cagionati da siccità, alluvioni, terremoti, onde non c'era alcun segno di fratellanza anche nei paesi attigui, alcuno scambio di idee e di propositi, a considerarsi stranieri gli uni agli altri.
Il primo reo di tale stato di cose era il Governo borbonico, il quale con­siderava le strade come veicoli di cospirazione e fautrici di quell'associazione che esso aborriva, perchè valeva ad accomunare affetti, a stringere gli animi in saldi accordi, a diffondere i principi di libertà e di giustizia sociale. Se qualche consiglio provinciale o comunale deliberava l'apertura di una strada fra città e città, il Governo metteva i bastoni fra le ruote, creava cavilli per approvarla o ne rimandava l'attuazione alle calende greche. E quando, dopo lunghe e fastidiose pratiche, era varato il progetto della costruzione di un tratto, sia pure di pochi chilometri, se ne insidiava l'opera con irritante len­tezza, s'impiegavauo trenta o quaranta anni tra la mala volontà del Governo, gl'intrighi d'ingegneri malvagi, le subdole arti di appaltatori furfanti e di altre arpie che creavano ogni sorta d'impedimento. Non mancavano proprietari reazionari, i quali pensavano che per mezzo dei lavori pubblici, elevandosi le mercedi, potessero migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, e venisse ad attenuarsi la distanza fra loro ed i cafoni, a cui negavano la possibilità dt assicurarsi coi propri sudori in un pezzo di pane più abbondante.
Se rivolgiamo l'attenzione a quella che era l'istruzione elementare in Basilicata, restiamo mortificati nel notare il completo abbandono in cui essa era tenuta. Non c'era idea di asili per bimbi, che lasciati liberi dai genitori, spesso assenti da casa per procacciarsi un tozzo di pane, saltellavano per le vie, laceri e scalzi, chiassosi e scostumati, senza un barlume d'educazione e d'istruzione, pronti a cazzottarsi, facili al turpiloquio e alle violenze. Qua e là esisteva qualche scuola elementare, tenuta da chierici non sempre all'al­tezza del loro delicato compito, i quali badavano più che ad istruire i fanciulli, a insegnare il santo timor di Dio, il rispetto ai signori e la venerazione ai santi. Data la generale ignoranza i ragazzi non erano mandati a scuola, per­chè questa non dava pane; non v'era nessuna scuola per le femmine, semi­deserte erano quelle dei maschi. Di scuole serali era bandito anche il nome, quasi che si temesse che un raggio di luce scendesse fra gli operai, e si edu­cassero a dignità di uomini.
Mentre nel resto d'Italia le donne fornite di una certa istruzione rag­giungevano il 12 per cento, in Basilicata non toccavano il 3 per cento. Cosi i maschi istruiti altrove erano il 33 per cónto, di fronte al 14 per cento che
0 L. PANI ROSSI, La BitsìlkMa, eh., p. 283 sgg.