Rassegna storica del Risorgimento

ECONOMIA
anno <1957>   pagina <456>
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Franco Marinoni
dell'economia trovano pure un'altra giustificazione, e più precisamente la mancanza di capitali. Nessun dubbio ohe la scarsità di mezzi mobiliari esi­stenti in un paese dissanguato da continue guerre e da dominazioni straniere, più portate a considerare i loro interessi che quelli del paese dominato, nonché dallo sviamento di tradizionali correnti di traffico, sono alla radice del ritardo della nostra formazione manifatturiera. La struttura economica era basata prevalentemente sull'agricoltura, e questa non è mai stata in grado di fornire capitali per Inattività manifatturiera. Se mai, il contrario.
Tuttavia, mi permetto d'indicare un altro fattore òhe senza dubbio, assieme alla deficienza di capitali può fornire una spiegazione più completa del fenomeno, e precisamente la mancanza d'un ambiente adatto alla forma­zione dell'imprenditore. Durante i secoli precedenti, in molte regioni italiane erano fiorite molteplici iniziative di carattere mercantile. Ma ai erano ben presto disseccate e comunque non avevano avuto la forza e la vigoria per tra­sformare l'artigianato in un'industria vera e propria. Esisteva, è vero, il mer­cante il quale anticipava i capitali per acquistare le materie prime e per finan­ziare il processo produttivo fino alla consegna del prodotto finito, suddivi­dendo le commesse tra una molteplicità d'artigiani, i quali solo nominalmente erano indipendenti. Il mercante poi, come aveva provveduto all'approvvi­gionamento delle materie prime, cosi s'incaricava del collocamento dei pro­dotti finiti sui mercati locali ed internazionali. Ma l'imprenditore, com'è inteso in senso moderno, e come già si presentava nei paesi in cui più velo­cemente si svolgeva la rivoluzione industriale, doveva possedere qualità di tenacia e d'audacia che anche l'assolutismo illuminato non poteva stimolare se non in piccola parte.
D'altro canto, una struttura economica prevalentemente poggiata sul­l'attività agricola faceva si che l'industria tessile conservasse, anche <ne.Ua seconda metà del secolo XVHI, un posto preponderante. Molte materie prime, come la seta, venivano trovate in loco. Nelle tre regioni ricordate, la coltura del baco era tradizionale. Ed anche la trattura veniva considerata più come un'attività agricola che industriale. Una parte di questa seta veniva tra­sformata in organzini, mentre il resto era esportato allo stato grezzo. Una parte era pure lavorata dalla tessitura, continuando quella tradizione arti­gianale che aveva dato broccati e damaschi, velluti e rasi, ovunque richiesti da classi ricche. Anche la lana, prodotto tipico dell'allevamento locale, dava un discreto apporto all'attività artigianale. Però, accanto a queste tipiche stoffe, cominciava a farsi sentire la richiesta di tipi ordinari, mentre, in Italia, senza tener conto che i tempi erano mutati, si pensava di mantenere ancora viva soltanto l'offerta di tessuti d'alta qualità. Il lino e la canapa sono piut­tosto lavorati in campagna a mano, mentre cominciava ad introdursi, specie in Lombardia, la lavorazione industriale del cotone.
Comunque, se si ha riguardo a questa anteprima del Risorgimento italiano, si può dire che la nostra industria tessile nelle tre regioni indicate, poneva di certo le basi per uno sviluppo ulteriore, ma basi così nascoste da dover aspettare parecchio tempo prima che se ne potessero vedere i risultati.
3. L'atmosfera di ristagno produttivo, in precedenza illustrata, venne però in gran parte rimossa dalle prime avvisaglie della Rivoluzione francese; e poi, in modo più sostanziale, dalla calata in Italia delle armate napoleoniche.