Rassegna storica del Risorgimento

ECONOMIA
anno <1957>   pagina <459>
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L'industria tessile nel Risorgimento italiano 459
protezionismo era collegato lo stesso al desiderio d'industrializzare il Paese, salvo che non si vedevano nettamente i legami tra l'industrializzazione e l'allargamento dei mercati di sbocco. È chiaro, infatti, ohe non basta pro­durre, ma bisogna anche vendere, e che questa operazione è tanto più difficile quanto più piccola è l'area di diffusione della produzione. Sicché, nel breve giro di pochi anni, apparve precisa l'incongruenza tra la spinta industrialìzza-trice e la copertura protezionistica.
Tuttavia, a questo punto, occorre fare un'ulteriore osservazione. Nel Lombardo-Veneto, in un primo tempo, si tentò di sostituire al predominio francese quello austriaco, tanto più che la monarchia absburgica aveva perso i ricchi mercati della Germania ormai gravitanti intorno alla monarchia prus­siana. Inoltre, al centralismo francese si sostituiva quello austriaco per fini anche politici, nel senso che sì voleva tagliar fuori queste regioni, non solo dal punto di vista politico, ma anche economico, dalle altre italiane. E ciò per inserirle più durevolmente nell'ambito d'un sistema economico già in atto.
Ma se nel LombardoVeneto la politica economica era guidata da una certa visione, sia pure contraria agli interessi locali, nel Piemonte si trattò soltanto, negli anni immediatamente successivi alla caduta dell'impero napo­leonico, d'un passo indietro, d'un ritorno all'antico, senza alcuno scopo spe­cifico. Basti dire che la separazione dagli altri Stati italiani non solo riguar­dava i prodotti finiti, ma anche le materie prime. E per un certo periodo di tempo il Piemonte, da un punto di vista economico, fu un paese isolato da tutti gli altri.
Ma quanto più cieca e dura fu questa separazione, tanto più immediate furono le ripercussioni che generando stagnazioni posero in Piemonte le pre­messe per un radicale cambiamento della politica economica. I provvedimenti carioalbertini, da questo punto di vista, furono veramente provvidenziali. I dazi furono ridotti, molte bardature e proibizioni furono tolte, si lasciò ampio campo alle discussioni in tema economico, discussioni in sostanza pro­pugnanti una maggior libertà di commercio. Libertà intesa in senso stru­mentale, come pungolo per migliorare strutturalmente la compagine pro­duttiva. Quest'indixizzo liberìstico manifestò subito benefici effetti su nna delle principali industrie piemontesi, e precisamente su quella della seta. Vennero migliorati i sistemi di coltivazione del gelso e dell'allevamento del baco. Furono perfezionati i metodi di trattura con l'istituzione di fabbriche modello. S'installarono nuove tessiture. Anche nel campo laniero l'alleva­mento di pecore particolarmente adatte per la produzione di lana fina fu rimesso in onore e da ciò l'industria biellese prese lo spunto per il rinnova­mento di sistemi tradizionali di filatura e tessitura. Si aprirono anche filature e tessiture di cotone in alcune località, non solo per soddisfare il consumo in­terno, ma anche per far fronte alla domanda di alcuni paesi stranieri.
Anche nel Lombardo-Veneto, sebbene con qualche ritardo, l'esempio liberìstico offerto dal Piemonte non fu lasciato cadere. Ed a poco a poco, in un rinnovato clima di libertà del commercio, le varie industrie tessili rifio­rirono. La produzione dei bozzoli e la trattura della seta subirono in quel torno di tempo numerosi perfezionamenti, e lo stesso si può dire per la tessi­tura, con l'introduzione di filatoi e telai meccanici. Sì deve tuttavia osservare che mentre in Piemonte la seta greggia era in massima parte lavorata in paese,