Rassegna storica del Risorgimento

MOVIMENTO OPERAIO ; GENOVA
anno <1957>   pagina <476>
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Bianca Montale
mente adito ad ottimismi. Delle case popolari si discute molto e con impegno, ma non si trovano i fondi per la provvida istituzione. Soltanto le scuole se­rali funzionano regolarmente e con successo. Elemento importante dal punto di vista educativo, ma comunque ancora troppo poco di fronte a problemi di particolare gravità.
Contribuiscono poi a minare l'opera della Confederazione, che è pur sem­pre l'unica organizzazione operaia di una certa efficienza, il generale assen­teismo dei soci, e le frequenti divergenze personali tra singoli ed associazioni.
Si impone in questo periodo, sempre più grave e pressante con lo svi­luppo della grande industria e l'assenza di una legislazione del lavoro, il problema degli scioperi e dei conflitti col capitale. A Genova dall'83 in poi si hanno agitazioni su vasta scala, particolarmente ostinate, che si risol­vono per lo più in insuccessi. Lo sciopero di fuochisti, macchinisti e mari-nai ne è l'esempio più clamoroso. Ci si rende conto, ammaestrati dai falli­menti, che nelle gravi circostanze la forza delle organizzazioni operaie è in­sufficiente a fronteggiare l'arbitrio del capitale, ed è necessario unire le forze del lavoro per renderne possibile la resistenza.
Alcuni esponenti della Confederazione non sono alieni da risoluzioni ra­dicali e rivoluzionarie, in contrasto con le direttive della maggioranza che manifesta un certo timore per una possibile confusione con elementi anar­chici o socialisti. Si parla, nell'assemblea dei rappresentanti, di favorire le confederazioni delle professioni operaie in Italia acciocché ciascheduna di queste meglio possa esprimere i propri bisogni e risvegliare alla coscienza del dovere tutti gli operai, ordinando ad uno scopo comune gli indirizzi di tutte le federazioni . Viene proposto lo sciopero generale di tutte le arti as­sociate per solidarietà con i marittimi in lotta. Ma ci si limita, come sempre, ad una semplice sottoscrizione per i lavoratori in sciopero.
Dopo il fallimento dell'agitazione la Confederazione, che si trova nella fase di maggiore potenza e prosperità, incomincia a declinare. Le settanta so­cietà consociate del 1884 diverranno, nel 1892, quaranta. Alcune associazioni, non per divergenze ideologiche, ma perchè ritengono la Confederazione non all'altezza del suo compito, incapace o non abbastanza forte per condurre una lotta decisa in difesa dei diritti del lavoro, incominciano con pretesti di­versi a sconfederarsi. Altre non vedono più l'utilità di un'adesione. L'esodo ha inizio con l'uscita di fuochisti e meccanici che rimproverano ai dirigenti di non essersi trovati al proprio posto e di non aver saputo ottenere il mira­colo di un'affermazione sindacale. Successivi scioperi di muratori, panettieri, cotonieri e cocchieri non hanno esito migliore e pongono il problema dell'or­ganizzazione del lavoro in tutta la sua gravità.
Nella Confederazione operaia si comprende sempre di più la necessita di un mutamento, ma l'assenteismo dei soci non permette di concretare al­cuna iniziativa. Lo sterile dibattito politico continua. Si incomincia frattanto a sentire la necessità di dare un carattere più decisamente operaio alla conso­ciazione: se certi problemi sono, volutamente o no, posti in second'ordine, dipende dallo scarso numero di elementi operai che partecipano attivamente alla vita dell'organismo. Si dovrebbero confederare solo le associazioni ohe rappresentino una professione si afferma in assemblea il 5 giugno 1885 ma non si arriverà mai a tale decisione, anzi si avrà ancora un'inflazione in senso contrario. Qualcuno incomincia a trovare retorico lo sbandieramento