Rassegna storica del Risorgimento

MOVIMENTO OPERAIO ; GENOVA
anno <1957>   pagina <479>
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La Confederazione operaia genovese 479
levano incitamenti all'unione ed alla lotta contro i capitalisti. Ma ancora mancano i mezzi idonei alla lotta, e le agitazioni hanno risultati sempre pia disastrosi; quella dei conciapelli, che dura mesi (1891-92), abortisce mise­ramente. Ci si rende conto che è necessaria una forte organizzazione e soprat­tutto la concordia della classe operaia al disopra delle fazioni per affrontare con speranza di successo la tirannia del capitale. Ben poco si può fare poli­ticamente divisi e discordi: le divergenze vanno accantonate. Da soli, con la mancanza di mezzi, l'assenteismo dei soci, il timore di atteggiamenti ra­dicali, si rischia di scomparire: nella Confederazione stessa i soli elementi attivi e vitali sono coloro che si rendono conto di questa necessità. Ricono­sciuta la propria impotenza di fronte ai gravi problemi del lavoro, la Confe­derazione operaia studia per prima a Genova un progetto di costituzione della Camera del Lavoro.
Già il XP/ congresso operaio tenutosi a Genova nel settembre 1876 faceva proprie le conclusioni della relazione della commissione direttiva: Disporre che vengano istituiti tribunali e Camere di Lavoro, composti da operai, allo scopo di tutelare gli interessi di questi, e di riunirsi per giudicare competentemente le questioni che possono insorgere tra capitale e lavoro . Come per altre iniziative non si era concluso nulla. Ora la Confederazione riprende e studia la proposta della costituzione di una Camera del Lavoro a Genova, sulla base di recenti esperienze. Già a Milano, Torino, Brescia e Piacenza si sono costituiti organismi del genere, che malgrado aspetti ne­gativi e limiti rappresentano un passo notevole verso una più salda organiz­zazione del movimento operaio. Ma occorre innanzi tutto chiarire cosa si intenda inizialmente per Camera del Lavoro.
Poiché manca alla classe lavoratrice una rappresentanza regolare e com­pleta, il nuovo ente dovrebbe tutelarla con attribuzioni stabilite da leggi speciali. Si tratterebbero tutte le materie riguardanti l'incremento del la­voro, e le deliberazioni della Camera avrebbero peso come espressione degli intenti e degli interessi delle diverse categorie. Qui si pongono problemi con­creti da risolvere: se ne avvede per primo Luigi Minuti, che pur rendendosi conto delle necessità di un'istituzione del genere pone le sue riserve su di una Camera del Lavoro quale può per il momento sorgere, legata e vincolata inevitabilmente ad enti estranei, e quindi svuotata in parte della propria au­tonomia. Per Minuti 1' il problema delle Camere operaie è connesso ad una questione politica. Una Camera del Lavoro per avere effettivo valore, come rappresentanza legittima e collettiva dell'intero ceto operaio, per difendere adeguatamente interessi e diritti, per imporre l'osservanza delle leggi sociali dovrebbe avere da parte del Governo attributi legislativi e giudiziari, limi­tati, si intende, alle ragioni del lavoro. Ed è improbabile che il Governo possa totalmente acconsentire a simile concessione. La Camera del Lavoro poi non può trovare nei propri aderenti mezzi sufficienti per la propria sussistenza; le società operaie da sole non potrebbero mantenerla. Quindi spetta al mu­nicipio appoggiarla come ente di pubblica utilità.
Il nuovo istituto sottomette quindi fin dal suo sorgere la propria azione al protettorato di enti e di istituti rappresentanti di ceti detentori e mono-
1) LUIGI MINUTI, Le Camere e Borse operaie e le Camere e Borse ili Lavoro, Firenze, 1893.