Rassegna storica del Risorgimento

NAPOLI (REGNO DI)
anno <1957>   pagina <508>
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UN ASPETTO DELL'EVERSIONE DELLA FEUDA­LITÀ NEL REGNO DI NAPOLI: LA SOPPRESSIONE DELLE CORPORAZIONI RELIGIOSE E LA VENDITA
DEI BENI DELLO STATO j*
Di solito, quando si parla dell'eversione della feudalità nel regno di Na­poli, si fa riferimento alla legge del 2 agosto 1806 che aboliva la giurisdizione fendale, ordinava la divisione del demanio tra exfeudatari e comuni, rico­nosceva ai baroni la libera proprietà delle terre che rimanevano loro asse­gnate dopo la soddisfazione dei diritti dell'università dei cittadini. Ed è in­dubbiamente questo l'aspetto più rilevante dell'abolizione giuridicoformale della feudalità, che può divenire anche di importanza sostanziale quando si connetta con la questione della quotizzazione del demanio culminale, co­stituito in seguito all'applicazione della legge ora ricordata. Ma l'eversione della feudalità si presenta come processo molto più vario e complesso se si guardano le cose in più ampia prospettiva, nell'intento di cogliere la trasfor­mazione delle strutture statali fondate su ordinamenti economicosociali di natura prevalentemente feudale in altre di una monarchia ammini­strativa, poggiante sull'ordinamento giuridico del Codice Napoleone e su una base sociale costituita dalla borghesia, nel Regno, essenzialmente terriera. Di quel processo sono certamente aspetti considerevoli la soppressione degli ordini monastici, l'incameramento dei loro beni al Demanio, l'alienazione di essi a sostegno delle finanze del nuovo Stato e a favore dei sostenitori del nuovo regime.
Non vi è bisogno di spendere parole per ricordare come l'ingente patri­monio della Chiesa ed in particolare degli ordini monastici si fosse svi­luppato nel seno della società feudale e come al sistema economico feudale fosse legata la conduzione di quei beni. Basterà solo accennare che gli scrit­tori riformisti del Settecento napoletano, dal Giannone al Galante, ebbero chiara coscienza del grave ostacolo che i beni ecclesiastici frapponevano al progresso della nuova società e mantennero vivo nell'opinione pubblica illu­minata il concetto dell'avocabilità di quei beni a vantaggio dell'interesse dello Stato e della collettività. Anzi, direi, che per particolari condizioni e tradi­zioni e per la minore resistenza che s'incontrava in questo campo, la pole­mica antifeudale sorse e si mantenne viva proprio in funzione antiecclesia-stica. mentre solo più tardi, e con minore virulenza ed efficacia, operò in senso antibaronale. Certo è che mentre assai timide ed incerte furono le azioni del riformismo borbonico contro la feudalità laica, con maggiore energia si agì contro la feudalità ecclesiastica, come prova, tra l'altro, il concordato del 1741 che limitò le esenzioni e i privilegi goduti dai beni ecclesiastici e inibì l'accre­scimento della manomorta. Né si esitò a sopprimere monasteri e ad incame­rarne i beni ed a venderli a privati quando improvvise esigenze richiesero di ricorrere a risorse straordinarie, come avvenne nel 1783 in seguito al terre­moto di Calabria, con la formazione della Cassa Sacra, ed in altre occasioni negli anni seguenti cosi catastrofici per le finanze napoletane.
Anche in questa direzione come in tante altre potrebbe sembrare che il governo dei Napoleonidi non abbia fatto altro che proseguire e condurre