Rassegna storica del Risorgimento

NAPOLI (REGNO DI)
anno <1957>   pagina <509>
immagine non disponibile

Un aspetto dell'eversione della feudalità nel Regno di Napoli 509
a fondo l'aziono riformatrice dei Borboni. Impressiono sostanzialmente fal­lace, anche se vi è in essa una parte di vero, perchè la differenza fondamen­tale sta nel fatto che mentre i Borboni agirono molto empiricamente, senza chiarezza di prospettive, sospinti dalle circostanze, i Francesi avevano un programma preciso e sperimentato, organicamente diretto alla creazione di un nuovo tipo di organizzazione statale. Appunto questa nuova concezione dello Stato i ministri dei Borboni non avevano e non potevano avere, perchè la chiara formulazione di essa presupponeva l'esperienza della Rivoluzione francese e del riordinamento napoleonico.
Sicché alla soppressione degli ordini monastici concorsero, con i motivi immediati di ordine finanziario, motivi di natura ideologica che trovarono espressione nel preambolo della legge ove si afferma, tra l'altro, che ormai gli ordini religiosi avevano assolto ed esaurito il loro compito e che l'amore delle arti e della scienza diffuso generalmente, lo spirito coloniale, commer­ciale e militare han forzati tutti i governi d'Europa a rivolgere verso questi oggetti importanti il genio, l'attività ed i mezzi delle loro nazioni ,
L'organicità dei piani di riforma francesi trova conferma anche nel fatto che l'incameramento e la vendita dei beni ecclesiastici erano legati al prov­vedimento che richiamava allo Stato la percezione di tutti gli arrendamenti oc di qualunque natura fossero e sotto qualunque amministrazione si trovas­sero (legge 25 giugno 1806). Il sistema degli arrendamenti, vendita o appalto a privati del diritto di riscossione delle pubbliche entrate, era anch'esso uno dei residui più scandalosi della vecchia amministrazione finanziaria, che si spiega colla confusa ed incerta distinzione tra jus publieum e jus privatimi propria dei tempi e della concezione feudali. Il Roederer, ministro delle fi­nanze di Giuseppe Bonaparte, uomo dei tempi nuovi, definiva vergognoso quel sistema poiché era ... lo stesso che impegnare, per poter avere qualche denaro, il più ragguardevole dei diritti della sovranità, quello cioè di perce­pire i dazi o i tributi, e un volersi liberare del dovere di regolarne e raddol­cirne la percezione (Rapp. 15 maggio 1808). Già il Galante in verità aveva espresso lo stesso concetto. ')
Neppure i Francesi, però, malgrado la netta affermazione di principio, soppressero di un sol colpo tutti gli ordini religiosi, benché il Miot, ministro degli interni, sostenesse l'opportunità di una misura radicale. Si cominciò con l'incamerare i beni degli ordini di S. Benedetto e di S. Bernardo e, col­pendo così i monasteri più ricchi, lo scopo fiscale apparve evidente (legge 13 febbraio 1807). Ma sancito ormai il principio, altre soppressioni seguirono a seconda delle necessità. Neppure gli ordini mendicanti furono risparmiati e numerosi conventi furono aboliti con decreti particolari tra il marzo 1807 e il gennaio 1808. E via via che si procedeva alla liquidazione del debito pub­blico e alle prime vendite e si fronteggiavano le spese straordinarie, diven­tava evidente la necessità di nuove soppressioni. All'inizio del 1808 furono soppressi dodici tra i più ricchi monasteri femminili della capitale; altri ven­tisei subirono la stessa sorte il 20 maggio 1808 quando il Roederer fece approvare il suo piano per il consolidamento e l'ammortamento del debito pubblico. Ma il colpo definitivo fu arrecato dal decreto del 7 agosto 1809 che
0 Descrizione, H, p. 101.