Rassegna storica del Risorgimento
NAPOLI (REGNO DI)
anno
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1957
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pagina
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510
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510 Pasquale Villani
ordinava la soppressione di tutti gli ordini possidenti, e delle congregazioni dei domenicani, dei francescani e dei teatini.
Complessivamente, dorante il Decennio francese furono soppressi più di 1100 conventi e monasteri, dei quali 187 erano nella provincia di Napoli, 112 in Terra di Lavoro, 105 in Principato Citeriore (Salerno), 67 in Principato ultra (Avellino), 111 in Calabria Citra (Cosenza), 118 in Calabria ultra (Catanzaro e Reggio), 37 in Basilicata, 41 in Capitanata (Foggia), 86 in Terra di Bari, 120 in Terra d'Otranto (Lecco), 32 nel Molise, 41 in Abruzzo citra (Chieti), 46 in Abruzzo ultra I (Teramo) e 70 in Abruzzo ultra II (Aquila).
Molto più difficile è determinare con certezza a quanto ammontasse il patrimonio incamerato al Demanio. Per un'analisi particolareggiata delle cifre si rimanda al lavoro sulla Vendita dei beni dello Stato, di prossima pubblicazione. Qui basterà dire che la cifra di 150 milioni di ducati che si legge nella Stona delle finanze del Bianchini non trova rispondenza nei documenti del tempo, avvertendo però che il Bianchini stesso giungeva a quella cifra, valutando quei beni per quanto potevano valere in tempi ordinari, e non già per quanto con depreziamento furono venduti, domiti e volti a vari usi . ') Trovano invece conferma i rilievi del medesimo autore sulla cattiva amministrazione di quéi beni, e sul loro stato di degradamelo, sicché la rendita che ne ricavava lo Stato e che è l'unica che i documenti ci testimoniano è certamente inferiore alla potenzialità economica dei fondi incamerati. A mezzo il 1813, quando ormai le aggregazioni al Demanio erano concluse, risultò che la rendita complessiva era di oltre 4 milioni di ducati, pari, al 5 , al valor capitale di oltre 80 milioni di ducati. Volendo calcolare a quanto ascendesse il patrimonio del clero regolare, occorre sottrarre da questa cifra 15-20 milioni, pari al valore approssimativo della capitalizzazione dei cespiti ohe costituivano il primo nucleo dell'amministrazione del Demanio, e degli altri fondi di provenienza non ecclesiastica. Il valore, dunque, dei beni monastici, di cui l'amministrazione del Demanio ebbe il controllo, si aggirò sui 60 milioni di ducati. Ma non vi è dubbio che, nonostante tutti gli sforzi, una parte di quei beni sfuggì all'amministrazione; spari come inghiottita da innumerevoli occultamenti, usurpazioni, appropriazioni, favorite dalla umana impossibilità di inventariare, verificare e prender possesso in breve volger di tempo di un patrimonio immenso, le cui proprietà non avevano sempre titoli perfettamente legittimi o facilmente reperibili e confini nettamente stabiliti. Tenendo conto, quindi, dei fondi sfuggiti alla rilevazione, di quelli usurpati e dei crediti verso lo Stato, automaticamente spenti all'atto della soppressione, non si è lontani dal vero valutando all'incirca a 90-100 milioni il patrimonio sottratto alla manomorta ecclesiastica, per una rendita annua di circa 5 milioni di ducati.
Con un calcolo più prudente, considerando le entrate del solo demanio corporeo cioè dei beni fondi, conviene tenersi ad una rendita annua di tre milioni'-trc milioni e mezzo di ducati, ohe rappresenterebbe, secondo conteggi da me fatti sulla base dell'imposizione fondiaria, circa la dodicesima parte del reddito fondiario netto di tutto il Regno.
Lasciando ora questo terreno alquanto infido di calcoli indiziari e tenendosi alle cifre che offrono i documenti (le quali, se pure sono inferiori alla
*) L. BIANCHINI, Storia (Ielle Finanze del Regno di Napoli, p. 407.