Rassegna storica del Risorgimento

NAPOLI (REGNO DI)
anno <1957>   pagina <511>
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Un aspetto de'eversione della feudalità noi Regno di Napoli ,5111
realtà, sono le uniche su cui si possa sicuramente fondare) si cercherà di va­lutare quanta parte del patrimonio ecclesiastico regolare fu alienata nel De­cennio e quanta parte fu invece restituita agli ordini monastici e alla Chiesa in seguito al Concordato del 1818. Le ricerche del Maturi e un quadro detta­gliato dei residui beni delle corporazioni religiose, trovato nell'Archivio Se­greto Vaticano, permettono di rispondere con precisione. Furono restituiti alla Chiesa beni per circa 900 mila ducati di rendita, ma alla ripristinazionc dei monasteri fu destinata solo una parte dei beni che non erano stati alienati. Per le insistenze del Medici, una parte dello stesso patrimonio ecclesiastico regolare fu stornata a favore delle mense vescovili, dei capitoli, dei seminari e delle parrocchie. Complessivamente risultò che la rendita dei beni di provenienza monastica restituiti era di due. 650.666,33, non tutti di certa e facile esazione. Prendendo come riferimento la cifra più bassa e più sicura della rendita totale dei beni ecclesiastici incamerati, quella cioè di tre milioni di ducati, si ricava che la rendita dei fondi e dei cespiti alienati nel Decennio, solo per quanto attiene direttamente al patrimonio ecclesiastico regolare, fu di circa ducati duemilionitrecentocin-quantamila, pari ad oltre il 78 per cento dell'intero reddito dei beni di cui qui si parla.
Un primo durissimo colpo era inferto alla manomorta ecclesiastica; un grande complesso di proprietà fondiaria, di fabbricati, di canoni e censi ve­niva mobilizzato ed immesso nel circolo della vita economica del paese. In breve volger di anni una parte notevole, circa 1*8 per cento dell'intero patri­monio immobiliare del paese, passò nelle mani di nuovi proprietari e ad altri sistemi di conduzione e di aminiuistrazioue. Si è ben lontani dai rivolgi­menti profondi che l'alienazione dei beni nazionali apportò nella distribuzione della proprietà della Francia degli anni rivoluzionari, ma se si tien conto della tradizionale immobilità della vita economica dell'Italia meridionale, specie nel possesso della terra e nella conduzione agraria, e si tien conto al­tresì che questo notevole trasferimento di proprietà si attuava proprio negli anni in cui altri settori della vita delle campagne erano messi in movimento dalle leggi eversive della feudalità, dalla quotizzazione dei demani comunali, dalla affrancazione di censi e canoni, non si potrà negare la grande impor­tanza che l'alienazione dei beni dello Stato ebbe, non solo perchè colpiva a fondo la manomorta ecclesiastica, ma anche perchè contribuiva ad aprire nuove prospettive di sviluppo all'agricoltura e a creare nuovi rapporti di proprietà, ed aumentava quel fermento di vita nuova che è innegabile risul­tato dei vari provvedimenti attuati o almeno predisposti nel Decennio fran­cese. Che se poi quel fermento non si tradusse negli anni seguenti in apprezza­bili realizzazioni, e molte speranze andarono deluse, è altro discorso che non si può qui fare. Certo qualche premessa dell'arresto, o quanto meno della lentezza nel progredire, va ricercato anche nell'epoca e nell'opera dei Napoleonici, i quali dovettero accettare o poterono solo superficialmente modificare alcune caratteristiche strutturali della società meridionale. Resta fermo però che in quel decennio si fece assai più che non nel periodo riformistico settecentesco e nei seguenti decenni dell'ottocento, nei quali in qualche caso si verificarono addirittura involuzione e regresso.
E, per restare nell'ambito della specifica ricerea, basti ricordare che nella Restaurazione non solo si restituirono alla Chiesa i beni non alienati, ma.