Rassegna storica del Risorgimento
NAPOLI (REGNO DI)
anno
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1957
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pagina
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513
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Un aspetto dell'eversione della feudalità nel Regno di Napoli 513
In esso si inquadrerà la vendita nella situazione finanziaria del Regno, si esporranno i vari provvedimenti legislativi che presiedettero a quella operazione, si offrirà una elaborazione statistica dei dati, si cercherà di individuare i maggiori acquirenti e di determinare la condizione sociale del maggior numero di essi, si porterà in alcuni casi l'indagini- più a fondo eon Pausilio di altri documenti fondiari. Sarà un primo abbozzo che permetterà di indicare una serie di problemi e di accennare alle linee generali di sviluppo. Ma è necessario che a quest'opera di inquadramento e di prima sistemazione seguano ricerche particolari. E perciò che si è venuti nella determinazione di offrire largo materiale documentario che potrà stimolare e consentire ulteriori indagini, le quali certo integreranno e correggeranno i primi dati, chiariranno eventuali punti oscuri e porteranno a conclusioni più sicure e più generalmente valide.
Nelle operazioni di vendita si possono chiaramente distinguere tre periodi. Il primo, tra il 1806 e il 1808, corrisponde al regno di Giuseppe, agli anni di gran confusione e di grande fervore operativo durante i quali si attuava il passaggio dal vecchio al nuovo tipo di amministrazione statale, mentre il regime era ancora incerto, e poco sicuro il controllo di alcune provincie. Questo periodo fu caratterizzato dal trionfo della speculazione, da vendite rapide ed ingenti, accentrate nella capitale- e delle quali profittarono funzionari e cortigiani, aristocrazia ralliée ed alcuni strati di borghesia commerciale. Successe un secondo periodo, ohe definisco di transizione e di incertezza, corrispondente ai primi anni del governo di M-urat (1808-1810), caratterizzato dal rallentato ritmo degli acquisti e dalla ricerca di nuove soluzioni. Infine il terzo periodo segnò la sistemazione definitiva delle vendite, le quali ebbero luogo in tutti i capoluoghi di provincia, offrendo alla borghesia provinciale, per lo innanzi tagliata fuori dall'accentramento delle operazioni in Napoli, la possibilità di farsi la sua parte negli acquisti dei beni dello Stato. È da notare che il prezzo delle vendite delle quali si è sin qui parlato, veniva versato, in tutto o in parte, in cedole del debito pubblico, Uberamente commerciabili, il cui valore reale era calato al quinto del valore nominale. Ma a partire dal 1808, parallelamente alle vendite in cedole si ebbero anche le vendite in contanti, alcune riservate a fornitori dell'esercito e dello Stato, altre aperte a tutti. Esse ebbero una notevole importanza. H Governo, spesso in difficoltà per mancanza di numerario effettivo, accordava ogni specie di facilitazione a coloro che volessero acquistare in contanti. Inoltre dal 1811, ed ancor più decisamente dal 1.813, il Demanio, desiderando disfarsi di case, botteghe e fabbricati che rendevano quasi nulla all'amministrazione e che facilmente si deterioravano, offri condizioni vantaggiosissime a chi ne volle fare acquisto, permettendo in tal modo anche alla media e piccola borghesia provinciale e al ceto artigiano di raccogliere qualche briciola del lauto pasto già in gran parte consumato.
Da quanto si è detto sarà apparso chiaro che la vendita dei beni dello Stato fu una operazione notevolmente complessa, la quale presenta aspetti molteplici e vari, che non è certo questo il momento e il luogo di trattare. Basterà avervi accennato ed aver richiamato l'attenzione degli studiosi su un avvenimento che ebbe certo il suo peso nell'economia del Regno di Napoli.
PASQUALE VILLANI