Rassegna storica del Risorgimento

FINANZA
anno <1957>   pagina <517>
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L'imposta sid marinato nella finanza defili Siati italiani 517
luogo a luogo. ') Fra la fine del '600 e la metà del '700 era divampata una lite ira ìl fisco e i baroni, i quali pretendevano dì essere esenti dalla seconda im­posizione decretata nel 1614. Le pretese dei baroni furono respinte e l'imposta dichiarata universale da una prammatica di Carlo IH nel 1754.2* Il Sella ritiene che il macinato fosse a mezzo il settecento il ramo più cospicuo della finanza siciliana.
4. Nella prima metà del '700 l'imposta sul macinato costituisce un ce­spite fondamentale delle entrate ordinarie in alcuni Stati italiani, come nello Stato pontificio e in Sicilia; in altri, e nello stesso Stato pontificio, è l'espediente preferito per assicurare le somme necessarie alle spese straordinarie. Può sembrare curioso che questa imposta, che colpisce così duramente i consumi popolari, si accompagni alle provvidenze annonarie, che di questi consumi pare debbano tendere a garantire la difesa. Ma il sistema annonario, più che un atto filantropico, deve considerarsi uno strumento protettivo di determi­nati rapporti economici e sociali; e il costo delle provvidenze annonarie, che col monopolio del commercio dei grani favoriscono in ultima istanza la sta­bilità della rendita fondiaria, è sostenuto dalle classi inferiori, mediante il pagamento delle imposte. A Bologna, in occasione del dibattito sul Piano economico di Pio VI, i proprietari terrieri si mostrarono interessati a con­servare il sistema annonario ed a mantenere alto il calmiere dei grani, op­ponendosi alla libertà di commercio propugnata dal cardinale Boncompagni.3)
Allo stesso modo, l'indirizzo fiscale del movimento riformatore, che mira alla diminuzione e in alcuni casi all'abolizione dell'imposta sul macinato, non muove essenzialmente da premesse filantropiche, anche se considerazioni di questo tipo trovano spesso posto nella pubblicistica dei riformatori. Nei piani di riforma e nel pensiero degli economisti lo sgravio del macinato, e in genere dei consumi popolari, si presenta come una misura atta a favorire, col basso costo della vita e, quindi, col basso costo della mano d'opera, lo sviluppo dell'impresa moderna. *)
In realtà, i piani di riforma procedono in questo campo con notevole timidezza. La dottrina fisiocratica dell'imposta è un canone variamente pre­sente negli scritti degli economisti italiani della seconda metà del '700; ma la nuova politica tributaria si scontra con forze che la frenano e la respingono, e si muove con incertezze e difficoltà, come ha sottolineato il Dal Pane, di fronte alle linee meglio definite e marcate della politica commerciale di into­nazione liberistica .5)
1) E. PONTIERI, Il tramonto del baronaggio siciliano, latenze, 1943, p. 252.
2) Ti testo della profilimi tira. la SEU.A, p. 172 B.
3) L. Gì osisi i, // dazio macina e Vannona in Bologna sullo scorcio del sec. XVIII, in La Romagna, 1907, p. 217-8. .
4) Scrìvo il Sorehiani: Tutti i pesi, elio vanno a ferir quella parte d'uomini che non pos­siede, tendono a scoroggù* l'industria . G. SAIICIIIANI, Intorno al sistema dette pubbliche imposizioni, in Atti detta Reale società economica di Firenze, ossia de* Qeorgofili, voi. IH, Firenze,
1796, p. 52. -r,
5) 1/. DAI. PANE, Lo riforme economiche nel Settecento, (relazione alrVIII convegno sto­rico toscano, Vallombrosa, 9-13 giugno 1955) in Rassegna storica toscana, a. 1. fase. 2-3 (aprile settembre 1955).