Rassegna storica del Risorgimento

FINANZA
anno <1957>   pagina <519>
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L'impostò, sul macinato nella finanza degli Stati italiani 519
ciano una serie di sgravi fiscali, di cui è un esempio nell'Editto del cardinale Consalvi del 5 luglio 1815. Ma nel dominio pontificio, eccettuate le Legazioni, l'imposta sul macinato viene prontamente rimessa in vigore. *)
Alla morte di Gregorio XVI le imposte rendevano allo Stato pontificio circa nove milioni di scudi, di cui un terzo proveniva dalle imposte dirette e due terzi da quelle indirette.2) La sperequazione risulta più evidente, se si pensa che nell'anno 1835 la tassa prediale diede un gettito di 1.943.284 scudi, contro 1.787.86 dei dazi di consumo e di macinato e 1.103.684 scudi ricavati dai sali e tabaccai.3) Alla vigilia della rivoluzione del 1848 monsi­gnor Monchini, ministro delle finanze di Pio EX, presentava un rapporto sulla situazione finanziaria dello Stato romano, dove era prospettata la neces­sità di abolire il macinato, con considerazioni che meritano di essere riferite. Quando le circostanze dell'erario lo permetteranno scriveva la im­posta sul macinato, che ha luogo in alcuna delle provincia, dovrebbe cancel­larsi dalle nostre finanze. Questa non solo con ingiusta bilancia grava come un testatico ad egual misura il povero ed il ricco, ma forse più il povero che il ricco, il quale saziandosi di squisite vivande trova il pane troppo insipido al suo gusto. Ma gli effetti di questa tassa sono poi fatalissimi alla industria, ed è senza meno una delle cause per le quali sia questa rimasta in culla fra noi nel mezzo del progresso di tutta l'Europa; perchè entrando il pane conte parte principalissima nei consumi abituali dell'operaio e della sua famiglia, la mano d'opera livellata a questi consumi si è mantenuta più alta che negli altri Stati, ed i prodotti della industria quindi riuscendo più costosi, non hanno potuto reggere alla concorrenza dei prodotti stranieri. Uno scopo dunque cui deve mirarsi nella prospettiva di un felice avvenire* è la soppressione della tassa del macinato, ove esiste ,4)
Alla vigilia della rivoluzione, il ministro delle finanze romano è dunque indotto ad accogliere gli argomenti degli avversari del macinato: e in primo luogo riconosce che questa imposta colpisce più, il povero del ricco. Ma il secondo argomento, dal punto di vista delle condizioni di sviluppo dell'eco­nomia italiana, e il decisivo. Il macinato, ammette il Monchini, contribuisce a tener alto il costo della mano d'opera e frena lo sviluppo industriale. JB qui tocchiamo il punto critico della politica tributaria degli Stati italiani, che non sarà veramente superato neanche dalla finanza unitaria: il punto in cui la direzione dell'incidenza fiscale contrasta alle esigenze del progresso pro­duttivo. Ma il macinato, e qui il Monchini s'inganna, non è che un elemento, anche se importante, di un complesso quadro di difficoltà economiche e fi­nanziarie che i gruppi dirigenti degli Stati italiani non possono, in parte, e in parte non sanno superare.
Il 29 luglio 1848 il Governo pontificio, considerato che tra i dazi più gravosi ed anche più odiosi all'infimo popolo è da collocarsi il dazio sul ma­cinato -, ne propone l'abolizione, ohe è approvata dal Consiglio dei deputati,
i) ÈTetlc Legazioni l'imposta sul macinato è sostituita da una imposta Bui consumi, com­prese le farine. Le assemblee del Risorgimento, Roma, I, p. 475-6.
2) L. C. FAKIM, LO Stato romano dal 1815 al 1850, I, Firenze, 1850, p. 129.
3) D. DEMÀBCO, Il tramonto dello stato pontificio. Il papato di Gregorio XVI, Torino, 1949, p. 89.
*) FAIIINI, op. cit.t p. 306-7.