Rassegna storica del Risorgimento
FINANZA
anno
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1957
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pagina
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523
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Libri a periodici 523
dalla sua storia. Sotto questo punto di vista, insomma, la lettura è quanto mai interessante come documento di un costume borghese.
E sotto qnesto stesso punto di vista, cioè come documenti di un costume e di un gusto, sono interessanti pure le riuscite -riproduzioni di documenti e soprattutto dei ritratti di famiglia.
La figura centrale nella storia di questa dinastia è Giuseppe Parisi (1823-191?)! che inizia le sue esperienze quella generale di vita e quella dell'uomo d'affari nel mondo politico prequarantottesco ed in quello economico anteriore alla rivoluzione operata dalla locomotiva, dalla navigazione a vapore e dal telegrafo nei rapporti tra i popoli. Egli presiede alle sorti della sua ditta per più di sessantanni e sa adeguarne via via l'organizzazione alle esigenze dei nuovi mezzi tecnici, diventando il principale artefice delle sue fortune e contribuendo insieme pure alle fortune di Trieste. Le date ci avvertono che egli asside alla vicenda del Risorgimento e dell'unità italiana fino alla prima guerra mondiale; possiamo aggiungere che vi assiste da spettatore distaccato, ma non disinteressato. Rimane sempre lontano dalle inquietudini politiche che agitarono le nuove generazioni triestine con l'irredentismo e più tardi col socialismo, mantenendosi sempre un conservatore schietto intransigente (così lo definì il necrologio del Lavoratore), tanto da meritare da Francesco Giuseppe la dignità baronale ereditaria nella sua famiglia.
Di lui apprendiamo che nell'archivio di famiglia 6on conservati numerosi documenti: lettere scritte alla madre ed al fratello durante i viaggi compiuti in gioventù, altre posteriori ai familiari, come pure note di servizio e scritti vari. Spesso questi documenti vanno ben al di là della cronaca interna della famiglia e della ditta e ci aprono vaste prospettive sulle relazioni economiche e sul mondo degli affari, che furono scossi e avviati su nuove basi dalla grande vicenda politica dell'unità. d'Italia. Ed è questo appunto l'aspetto che più ci interessa.
Noi siamo abituati oggi a considerare le fortune della Trieste moderna come profondamente legate ai paesi che stanno alle spalle della città, tanto che è diventato addirittura un luogo comune chiamarla il porto del bacino danubiano . Ed indubbiamente gli uomini d'affari del centro emporiale dì Trieste si trovarono ad operare in una situazione di privilegio e talora di monopolio dentro il sistema protezionista della vecchia monarchia danubiana; però non dobbiamo dimenticare il fatto che fino al 1860 il predominio austriaco in Italia favoriva in tal modo gli operatori triestini, che i loro gruppi più attivi considerarono come proprio interesse vitale la conservazione di quel predominio. Durante la crisi del 1848 il Giornale del Lloyd, che era l'organo di quello che con espressione convenzionale possiamo chiamare il capitalismo austro-triestino, manifestò più volte con chiarezza questo concetto, e ad esso subordinò pure la sua condotta politica. Perciò già nell'aprile di quell'anno il giornale propugnò la riconquista del Lombardo Veneto e, dopo le Vittorie del Radetela, esaltò la reazione militare come rimedio ai desideri di separazione in patria . Insomma lo spirito del giornale fu sempre tale da far scrivere ad un liberale che in Italia si odiò il Lloyd a cagione dei suoi giornali e Trieste a cagione del Lloyd (La Guardia Nazionale, 11 novembre 1848).
Tra il 1859 ed il 1866 il predominio dello Stato austriaco in Italia venne a cessare, ma contrariamente a quello che pensavano quei tali circoli austro-triestini, questo fatto non ebbe conseguenze negative per l'economia della città; anzi la sostituzione di un unico Stato governato con criteri liberali ai precedenti regimi assolutisti, sembra aver aperto nuove possibilità agli operatori triestini. Già le opere dei primi propagandisti dell'irredentismo (o almeno dell'irredentismo ante rerbum), Cioè quelle del Va lussi, del Bonfiglio ecc. poterono dimostrare con le cifre alla mano che una percentuale notevolissima del commercio triestino veniva assorbita dal nuovo Regno. Con la stessa frase convenzionale che abbiamo usato sopra, potremmo dire che il neocapitalismo italiano non era riuscito ancora a scuotere il predominio di quello austro-triestino!