Rassegna storica del Risorgimento

FINANZA
anno <1957>   pagina <540>
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540 Libri e periodici
siiiio Fortunato, non nutre invece alcuna fiducia nella classe dirigenti; italiana, né credo nella funzione e nella capacità di una media borghesia meridionale. Rifacendosi alle condizioni politiche, economiche e sociali doli'Italia umbertina, Gaetano Salvemini ritiene die. i problemi che tormentano le popolazioni meridio­nali non possano essere risolti con una riforma tributaria quale è auspicata da Giustino Fortunato, con una riforma agraria che non modifichi il sistema ccono< natio e sociale che grava sul Mezzogiorno d'Italia, né con una sistemazione dei beni demaniali che non leda gli interessi dei grossi proprietari terrieri.
La Questione meridionale, secondo la concezione allora marxista del Salvemini, non si risolve consentendo al contadino di disporre di mezzi economici derivanti da un sistema di prestiti forniti dallo Stato oppure da una riduzione dei canoni, né ponendo U coltivatore della terra in condizioni di godere di un migliore tenore di vita sol perchè possa, in conseguenza di tale miglioramento, contribuire al benes­sere di quella classe sociale alla quale Giustino Fortunato assegna l'onere di essere, classe dirigente.
Gaetano Salvemini, che trae la sua dottrina politica e sociale da tuta mentalità ti da una tradizione diverse da quelle cui Giustino Fortunato è saldamente legato, ricerca, al di fuori della borghesia, forze sociali capaci di affrontare e risolvere radicalmente quel complesso problema che tormentava il giovane Stato italiano e che traeva le sue origini, oltre che dall'accentramento burocratico dello Stato e dalla oppressione economica esercitata dal Nord sul Mezzogiorno sin dal 1860, anche e soprattutto dalla sopravvivenza di un regime semifeudale mantenuto in vita dall'arretratezza economica, morale e culturale in cui versavano le popolazioni meridionali.
Non pessimista sulle capacità dei meridionali a sollevarsi con le loro forze dal baratro in cui sono stati messi dalla natura nemica e dalla sventura della loro storia (così Salvemini del Fortunato a p. 612), l'uomo politico pugliese crede nel proletariato agricolo meridionale. Egli è, infatti, fermamente convinto che la risolu­zione di quel problema che tormenta la vita della nazione sin dalla sua costituzione sia attuabile soltanto mediante profonde riforme sociali ed economiche che, conseguenza di una vasta opera politica attuata da quei ceti sociali ai quali Giu­stino Fortunato nega la funzione di classe dirigente, rendano possibile una radicale trasformazione di quel sistema che caratterizzava la vita italiana nell'età umbertina e nei primi anni del secolo XX.
Precorrendo, inoltre, quella che sarà la concezione di Gramsci, il Salvemini auspica ad una fattiva e disinteressata collaborazione tra i contadini meridionali e eli operai del nord, che solo può consentire ad una classe sociale, rimasta sempre lontana dalla vita pubblica attiva, di inserirsi autorevolmente, mediante il suffragio universale di cui è entusiasta e fervente sostenitore, nella vita politica italiana e conseguire quel complesso di riforme che sole consentiranno di risolvere definiti­vamente la Questiono meridionale.
Si condividano o meno lo idee politiche di questi due grandi meridionalisti, non possiamo non tener presentì, nel ricostruire la storia politica del giovane Regno d'Italia, le osservazioni, le ricerche, gli studi, gli sforzi che Giustino For­tunato e Gaetano Salvemini hanno compiuto per porre in giusta luce le condizioni economiche, sociali e politiche del nostro Paese in genere e del Mezzogiorno d'Italia in particolare: l'analisi dei mali della società meridionale e della vita del giovane Stato italiano è condotta con ampia visione storica, con rigore di metodo e vigorosa passione, che non trascende mai nella faziosità ed in una falsa alterazione della verità, per cui, spogli del loro carattere politico, il saggio del Cottone e quello del Cingati, gli scritti dì Giustino Fortunato e quelli di Gaetano Salvemini, nono­stante la loro diversa intonazione politica, costituiscono, pur sempre, una fonie indispensabile per chi voglia ricostruire, sotto ogni suo aspetto, le condizioni in cui versava il Regno d'Italia nel suo primo cinquantennio di vita. TOMMASO PEMO