Rassegna storica del Risorgimento

1848 ; LIBERALI
anno <1918>   pagina <506>
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E, Pctasamonii
E non solo trattavasi, ora, di liberare la penisola dallo straniero, ma anche di restituire alla Toscana la propria indipendenza politica e la si­curezza dei confini. La questione della Lunigiana e della Garfegnana non era stata dimenticata da alcuno, dopo gli avvenimenti dell'ot­tobre 1847, anche dagli stessi conservatori peri quali, se non sorrideva la idealità di un'Italia grande e possente, era necessitò indiscutibile il procurare al granducato confini tali da assicurarlo da qualsiasi improv­visa offesa nemica. Le umiliazioni subite sotto l'incubo delle milizie austriache erano troppo recenti perchè fossero state obliate e venu­tone meno il desiderio della rivincita: ed ora, che se ne offriva il destro, sarebbe stata cosa folle il lasciarselo sfuggire: onde una concordia generale nelle sfere politiche toscane, eccettuate le austriacanti, di approfittare del momento per il vantaggio d'Italia e del granducato. Il gabinetto Rido Ili di fronte ad una tale levata di scudi dovette cedere, apparentemente almeno ; ed, insieme con il proclama emanato da Leopoldo II il 21 marzo 1848, dava ordine ad un piccolo nucleo di truppe di varcai' la frontiera attendendo, però, ad entrar nella mischia, che fosse resa chiara la situazione militare dalla lotta del Piemonte con gli eserciti austriaci. Era questa una politica utile nelle condizioni in cui trova vasi la Toscana perchè, mentre da vasi soddisfazione all'opi­nione pubblica, non si compromettevano troppo le relazioni diplomatiche con il governo di Vienna, al quale potevasi render conto, sotto il pre­testo di imprescindibili necessità di difesa interna ed esterna, di una eventuale occupazione del territorio modenese, comunque fossero an­date le cose: ma era anche condotta che dava poche speranze a chi, dentro negli affari, vedeva mancare, fin da principio, da parte del gabi­netto toscano, l'unione dei principati italici ritenuta indispensabile al grande cimento. E, ehi aveva maggiore interesse a questa unione, meglio intendeva le ragioni profonde del male: il Villamarina, che il Piemonte aveva da tempo inviato in Firenze per conseguire una intima collabora­zione con il granducato, il 5 aprile 184-8 scriveva al Balbo cosi: Io ho grave timore che le cose non si sconcertino dopo e nascano le guerre mu­nicipali, gli odi, gli intrighi, le diffidenze che fecero tanto male un di e che oggi ne farebbero piombare nuovamente nell'abisso profondo donde siamo prossimi di partire, seppure non siamo già partiti. Con lei apro il mio cuore, rispettabilissimo Balbo; io temo fortemente che vengano a ripetersi le antiche querele che ne trassero alla schiavitù ed all'umile vassallaggio delle grandi potenze. Vi sono certi sintomi, si destano fin d'ora certe invidie delle quali alcuni tristi non man­cano di approfittare a loro prò e a danno nostro, per cui glielo con­fesso rimango talvolta conturbalo non già sull'esito della campagna che spero in Dio sarà per riuscire a noi gloriosa anche perdendo, ma