Rassegna storica del Risorgimento

1848 ; LIBERALI
anno <1918>   pagina <515>
immagine non disponibile

Unitarismo ed Anikmitariemo nel Partito Liberale toscano 516
cipio costituzionale italiano. Ed allora i popoli fiaccati o avrebbero accettato una schiavitù austriaca rammollita dalle indulgenze papali; o, abbattuto in un impeto di ribellione il governo pontifìcio, coinvol­gendo gli altri principati della penisola, proclamando la repubblica, avrebbero tentato una disperata difesa. Inoltre gli anti-annessionisti veneti e lombardi e chi in Toscana ed in Roma vedeva di malocchio gli ingrandimenti territoriali di Torino avrebbero avuto buon giuoco nell'Assemblea romana ove non la reale fortuna della patria, ma il cozzo delle passioni ed il trionfo dì una corrente politica avrebbero avuto il vantaggio. Da ciò derivava l'ostilità degli Stati sardi al pro­getto, federale toscano e romano che dava luogo a malevoli inter­pretazioni.
Aveva ragione il Piemonte? A chiunque esamini spassionatamente la questione appare evidente che questo principato solo aveva com­preso i bisogni della patria e voleva agire in conformità di siffatta per­suasione. Si sarebbe potuto domandare agli Stati sardi, se la lotta loro, contro il sistema federativo toscano e romano non risentisse del timore di veder pericolare le annessioni ducali-e lombardo-venete: ma, conce­dendo anche ciò, le ragioni del gabinetto Balbo non venivano meno­mate. La costituzione immediata di un Regno dell'Alta Italia sarebbe stata arra sicura per l'indipendenza futura della penisola.
Il torto dei Piemontesi era di non conoscere la maniera di com­portarsi nel mondo diplomatico romano e toscano. Se Roma e Firenze avevano un'arma contro Torino era di voler trarre, nella questione della Lega, le cose in modo da agire in proprio vantaggio e non per il bene d'Italia. Non potevano ignorare i diplomatici sardi che i fautori dell'Austria, i conservatori, quelli fra' moderati contrari ad una politica di guerra, gli stessi circoli che prendevano le mosse generali dai ministri francese ed inglese andavano sussurrando, che il Piemonte voleva la guerra, anche quando le condizioni d'Italia non la rendevano indispensabile, per sconvolgere gli ordinamenti della pe­nisola ed afferrarne se non tutta, la parte migliore. Ed anche quando la rivoluzione di Milano e quella di Venezia avevano costretto i prin­cipati dell'Italia centrale ad assumere di fronte all'Austria un risoluto contegno, le voci antipiemontesi in luogo di tacere, nell'imminenza del pericolo, facevansi più alte, temendosi nell'alleato un nemico più peri­coloso di quello che si combatteva nelle pianure lombarde. Ond'è che sa-* rebbe stata opera di savia politica da parte degli statisti piemontesi il far tacere queste dicerie con un'azione la quale, non cedendo in nulla ai fini propostisi, li avesse saputi mascherare con forme di accomodamento: sviati i sospetti, rassicurati gli animi operare tanto più energicamente quanto più fossero divenuti padroni della situazione. Ma il gabinetto
35.