Rassegna storica del Risorgimento

1848 ; LIBERALI
anno <1918>   pagina <516>
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M. Passamonti
Balbo o chi usava del suo nome per far prevalere una particolare tendenza agirono in modo non solo da non allontanare i timori, ma da renderli più certi ed accreditare, maggiormente, le voci che ve­nivano diffuse ad arte sulle ambizioni territoriali del Re di Sardegna. H gabinetto toscano, come il romano, dato che il governo piemontese rifiutava ogni tentativo di conciliazione, era venuto rafforzandosi nel­l'opinione suddetta; ma non cadeva certo nell'errore grossolano di ma­nifestare al paese le ragioni effettive dell'operato sardo; di questo sde­gnoso rifiuto si eran fatti un'arma gli uomini del governo Ridolfi per dimostrare al popolo la loro buona volontà e la ipocrisia dei diploma* ~ tici piemontesi: onde dubbi infiniti che gettavan ombre sempre più fitte e dividevano gli animi, mentre sarebbe stata necessaria luce di spirito e concordia di cuori.
Non a tutti rimase oscura nei suoi intenti e mezzi la politica sarda: anche in Toscana vi fu chi la intese, il Ricasoli, la sola mente la quale avesse, nel granducato di allora, intuito, nella sua pienezza, il problema dell'indipendenza d'Italia. Egli sostenne, nella questione della Lega, il punto di vista piemontese e combattè, nel suo perio­dico, l'opportunità della Dieta romana sostenendo, che i tempi spe­ciali, richiedendo speciali misure, dimostravano essere folle il posporre la questione militare alla diplomatica ed alla politica. E poiché VItalia, per opera del Montanelli e del Biscardi, più che del Centofanti, non rinunziava alla concezione primitiva del federalismo, nacque fra questi due fogli liberali, rappresentanti le due tendenze più notevoli del par­tito, una importante polemica sotto la quale dovevasi scorgere la lotta tra i sostenitori della conciliazione e gli intolleranti della politica
piemontese.
Inizio alla polemica fu dato dal problema dell'assestamento che avrebbero dovuto avere le terre italiane redente dal dominio straniero. Sarebbero esse rimaste sotto la bandiera che le aveva protette dalle offese nemiche o avrebbero potuto disporre liberamente della loro vo­lontà? E quando avrebbero deliberalo: durante la guerra o ad impresa compiuta? Ed in qual forma, in qual luogo avrebbero espresso la loro sentenza? Sarebbe essa stata libera o avrebbe dovuto subire alcune delimitazioni indispensabili per la natura dei governi costituzionali
italiani?
Dati gli uomini ed i tempi non è difficile il riconoscere che sotto questo culto della libertà umana e questo rispetto della libertà popolare si celavano propositi poco adatti alla serietà di pensiero e di azione richiesta dal momento storico.
Iniziò la lotta VJOaUa per la penna del Centofanti il 1 aprile 1848. Partendo dai concetti fondamentali del Primato, il filosofo pisano as-