Rassegna storica del Risorgimento

1849 ; VENEZIA ; VIENNA
anno <1957>   pagina <726>
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Giovarmi Gambarltt
guata, risollevava la città dalle tristi condizioni in coi era piombata nel primo quarto del secolo. Ora la limitazione, o meglio abolizione del porto franco si profilava con tutte le sue tristi conseguenze, proprio quando Ve­nezia, uscita stremata dal biennale assedio, coi commerci arenati e le indu­strie inattive, avrebbe avuto maggior necessità di quei benefici e del più ampio respiro commerciale che il porto le avrebbe ridato.
Non basta. Nel proclama del Radetzky, come s'è accennato, si accor­dava il perdono ai sottufficiali e soldati; ma che sorte potevano attendersi i funzionari e impiegati già dipendenti dall'Austria e passati al Governo rivoluzionario? Nelle trattative, rimaste poi interrotte, che il Catucci ed il Pasini, rappresentanti di Venezia, avevano condotte, nel giugno precedente la resa, col ministro De Bruck, la questione era stata posta, sicché nella comu­nicazione del 23 al Governo veneziano il De Bruck, nel fissare le condi­zioni della capitolazione, consenziente il Radetzky, assicurava che tutti gli abitanti di Venezia potranno restare liberamente nella città, senza timore d'essere disturbati, ad eccezione dei quaranta, ecc. , e che tutti gli impie­gati civili avrebbero ripreso le loro denominazioni anteriori e sarebbero stati reintegrati al posto precedentemente occupato . Nessun accenno agli impiegati invece conteneva la successiva convenzione del 22 agosto, sicché la Municipalità rinviò il Cavedalis il 23 agosto al quarticr generale austriaco per una esplicita dichiarazione, ottenendo dal Gorzkowsky assicurazione che tutte le persone non designate nella lista nominativa potranno con­tinuare a dimorare in patria, senza alcun timore d'essere perseguiti circa gli affari politici che si erano svolti . Dei funzionari pero si taceva; ma sia per una naturale lata interpretazione della suddetta dichiarazione, sia per le assicurazioni avute nelle precedenti trattative col De Bruck, si viveva nella convinzione che anche per i funzionari non sarebbe mancato l'indulto generale. Amaro disinganno! Le sospensioni, i licenziamenti, i procedimenti disciplinari e giudiziari cominciarono a fioccare. Magistrati rimossi dal loro ufficio o sospesi, insegnanti eliminati dalle scuole e taluni privati anche della licenza d'insegnare privatamente, avvocati esclusi dall'esercizio della professione, persino impiegati privati rimossi dal loro ufficio per ordine supe­riore. H Cicogna, che nel suo Diario registra specialmente le epurazioni com­piute nell'ambiente che meglio conosceva, quello della magistratura, pur non avendo certo simpatie pel cessato Governo, non approva questi prov­vedimenti, osservando che il Governo repubblicano aveva sì avuta la sua origine in un moto rivoluzionario, ma si era stabilito dopo una regolare capitolazione firmata da chi rappresentava il potere costituito; Governo di cui l'Austria, ritornando, aveva 'riconosciuto tutti gli atti portanti effetti legali. Conveniva dunque, egli osserva, riammettere tutti i funzionari nelle loro precedenti funzioni, salvo in un secondo momento a procedere al licen­ziamento di quelli che si credessero inadatti, ma non privandoli in ogni caso della pensione, ed usando la massima indulgenza, per il fatto che quasi tutti allora furono costretti a servire o a continuare a servire anche sotto il Governo rivoluzionario per non morir di fame, altro non avendo . E malinconicamente concludeva: Bastai essi fanno ciò che fanno, e abbas­siamo il capo . Ma il problema del personale acquistò sin dal primo mo­mento una particolare gravità nei riguardi dell'Arsenale, da cui tanta parte della popolazione borghese e specialmente operaia attingeva sostentamento;