Rassegna storica del Risorgimento

1849 ; VENEZIA ; VIENNA
anno <1957>   pagina <727>
immagine non disponibile

La delegazione veneziana a Vienna nel settembre 1849 727
quell'Arsenale che persino la rivoluzione, nonostante le difficoltà e stret­tezze in cui dibaitevasi, aveva cercato con inauditi sacrifici di tener in vita. La, appena rioccupato, l'Austria cominciò i licenziamenti in massa, tanto degli impiegati quanto degli operai, di questi conservandone solo qualche centinaio pel completamento di lavori in corso. Ciò rendeva ancor più pau­roso lo spettro di quella fame, che già così gravemente tormentava la popo­lazione dei quartieri più poveri, i quali proprio da quel glorioso stabilimento avevano tratti i mezzi di vita. Qualche mese dopo un operaio che, dimesso dall'ospedale, s'era trovato privato del lavoro, vane riuscendo le sue lunghe insistenze per essere riammesso, esasperato e disperato, ucciderà un ufficiale e ne ferirà un altro, rivolgendo poi l'arma contro se stesso.
La condizione in cui Venezia veniva a trovarsi dopo il lungo assedio, e quella che le si prospettava innanzi per i provvedimenti presi o minac­ciati, era tale che doveva gettare sgomento negli animi già affranti da tante privazioni e dolori. Non erasi ancor dileguato l'eco dello scampanio (ordi­nato) e dei colpi di cannone salutanti l'ingresso del Radetzky, e del Te Deum solenne intonato dal patriarca Menico in San Marco, in ammenda di quelli cantati per la rivoluzione, che la Municipalità veneziana, convinta che la città non avrebbe potuto reggere nelle condizioni che le si preparavano, stimò necessario di correr ai ripari e di prospettare in alto loco quei pro­blemi che non potevano esser dilazionati. Fu così che la Congregazione mu­nicipale, presieduta dal podestà conte Giovanni Correr, s'affrettò di con­vocare in seduta straordinaria il 3 settembre il Consiglio comunale per infor­marlo della gravità del momento e proporgli le opportune provvidenze. Oltre alla Giunta (podestà e cinque assessori) si trovarono presenti 36 con­siglieri, nonché il vicedelegato provinciale, barone Fini. Fu letto un rap­porto dell'assessore conte Francesco Dona Dalle Rose, nel quale si affer­mava che alle nuove disgrazie che sovrastavano a Venezia non si pote­vano opporre senza indugio che umili istanze ai piedi del Trono . Fro-ponevasi perciò che la Municipalità, d'accordo con la Camera di Commer­cio, inviasse a Vienna una delegazione per umiliare ai piedi del Trono l'omaggio doveroso di fedele sudditanza , ma insieme per prospettare la tremenda situazione della città, per invocare che fosse conservato nella totale sua integrità il beneficio del porto franco con tutte le sovrane con­cessioni , come esisteva anteriormente alla notificazione del GorzkowBky del 27 agosto, e per impetrare tutti quegli altri generosi sovrani favori, senza i quali assolutamente era impossibile che nemmeno il tempo cicatriz­zasse le loro ferite . Sulla proposta ci fu sostanziale accordo; una vivace discussione fu però suscitata dal consigliere Alvise Franchini, assecondato dal conte G. B. Sceriman, che disapprovavano la frase alle nuove disgrazie che ci sovrastano contenuta nella relazione, in quanto, osservavano, non si poteva affermare che fossero minacciati nuovi mali. Replicavano gli asses­sori richiamandosi non soltanto alla notificazione del Gorzfcowsky, ma anche alla minacciata riduzione degli arsenalotti, allo scioglimento o trasferimento di tanti uffici regi con la conseguente iattura di centinaia di famiglie, al tracollo della moneta, ecc. Che forse tutte queste non erano vere disgra­zie che minacciavano Venezia? La disputa si protrasse animata a lungo, con l'intervento anche del barone Fini; alla fine il rapporto venne appro­vato a larga maggioranza nella sua forma originaria. Approvata fu poi con