Rassegna storica del Risorgimento
EMIGRAZIONE POLITICA ; CASATI AGOSTINO
anno
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1957
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pagina
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753
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Vita d'esilio di don Agostino Casati veronese 753
mente perchè non può* se non per isbaglio eBscre eorso il mio nome sul proclama 12-8-1849. Quel proclama parla di coloro che erano all'estero e perseveravano nelle mene rivoluzionarie; ed io invece giammai in vita mia era stato all'estero, né vi ero allora, trovandomi fin dal 15 marzo nella prigione di Osop-po, dove certo io non potea fare mene rivoluzionarie . *)
là per lì la cosa parve sanata dal decreto dell'I 1 settembre 1849 del preietto del Regno lombardo-veneto. Egli, benevolmente accogliendo le deduzioni del Casati, l'ammetteva al beneficio dell'amnistia politica, dando facoltà alla Curia vescovile di Concordia a reintegrarlo nell'ufficio parrocchiale. Se non che, sotto quella stessa data, un nuovo ordine perentorio dell'Intendenza generale dell'armata da Monza (decreto 11 settembre 1849) n. 1001/yg espelleva l'arciprete don Agostino Casati dagli Stati austriaci I proprio in conseguenza della già ricordata esclusione sancita dal proclama radetzkyano 12 agosto 1849. Di fronte alla dura imposizione dell'autorità militare convenne chinare il capo e, pur protestando, obbedire. Col 1 ottobre 1849 adunque l'arciprete don Agostino Casati lasciò definitivamente Spilimbergo pigliando la dura via dell'esilio. Le peripezie di quegli ultimi mesi di sofferenze e di trepidazioni, la sua dignitosa condotta di patriotta e di ecclesiastico luminosamente si rispecchiano nella protesta inviata (il dì stesso della partenza per l'esilio) al superiore ecclesiastico, insieme ai documenti giustificativi, assai interessanti e che meriterebbero d'essere uniti alla presente memoria.2)
Se l'arresto di don Casati era avvenuto con grande pubblicità, non meno clamoroso era stato il ritorno in parrocchia a liberazione avvenuta. Tutta Spilimbergo, in quel giorno, era in piazza a gridargli l'affetto ed il giubilo filiale. -Feste e gioia tuttavia di corta durata perchè, meno di un mese dopo il lieto avvenimento, il povero parroco dovette (come si è detto) dibelnuovo lasciare la canonica e calcare le dure vie dell'esilio; né allora né poi gli fu dato ritornare pastore di quelle amate pecorelle. Partendo, lasciava in paese all'amico Marco Cauto ampia procura a tutela degl'interessi materiali della parrocchia mentre, alla generosità d'amici facoltosi ed affezionati, faceva ricorso per immediati aiuti finanziari al fine di affrontare i primi bisogni dell'esilio: le famiglie Rubbazzer e Del Negro furono quelle che, nella difficile congiuntura, non ismentirono la vecchia e salda amicizia, anche se, nell'ora triste, poteva forse costar loro cara la solidarietà con la sventura. La direzione delle cose spirituali fu lasciata al cappellano del luogo il quale, rimasto vicario parrocchiale, si mostrò così poco amorevole e fido verso il suo arciprete ch'egli, dall'esilio, lo tenne in conto di Prete Iscariota nou senza giusti motivi. Certo è che l'opera della polizia, che aveva messo mano sulle carte e sugli -effetti stessi del superiore tutto sequestrando, fu molto bene completata dall'ineffabile cappellano, tanto* che il povero esule, in seguito, ebbe a lagnarsi dolorosamente anche perchè non potè mai riavere carteggi e scritture di contabilità parrocchiale, neppure allorquando (dopo l'amnistia del 1856) levato dall'Austria il vincolo di sequestro, quelle carte avrebbero dovuto tornare in mano del legittimo proprietario che insistentemente le reclamava. Eppure erano documenti per lui indispensabili a sbugiardare l'accusa di poco oculata
1) Trapazione dalla ctt. Miscellanea Fabiani.
2) Ce ne conserva copia la Misceli, Fabiani.