Rassegna storica del Risorgimento

EMIGRAZIONE POLITICA ; CASATI AGOSTINO
anno <1957>   pagina <754>
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Enrico Libitrdi
amministrazione mossagli dalla fabbriceria del Duomo. Ed anche in questo si ha la conferma che i pochi irriducibili avversari paesani non lasciavano un momento tranquillo il povero esule moltiplicando, anzi, con maligne insinua­zioni, le amarezze del patriota che intanto, in Torino, conduceva vita triste e difficile privo com'era di sufficienti risorse finanziarie*
Colà era egli giunto dopo un breve soggiorno trascorso a Verona in seno alla famiglia. Quivi don Agostino Casati visse come potè, valendosi delle sue scarse possibilità personali e molto probabilmente fruendo (specie nei primi tempi), dell'esiguo sussidio che il Governo piemontese largiva agli esuli. Gli scarsi profitti del suo ministero, qualche predica in città e fuori, qualche lezione privata o in pubblico collegio, contribuivano a tenerlo in vita alla meno peggio. In attesa di migliore impiego s'applicava- a modesti lavori let-terari poco utili certo ad accrescerne i guadagni, ma per fargli talvolta dimenticare l'infelice sua situazione di proscritto. l)
Nella città sabauda l'arciprete Gasati non viveva del tutto appartato dall'emigrazione italiana, frequentava la conversazione serale del celebre librettista teatrale Felice Romani ed era in continuo contatto coi patriotti veneti esuli. Se la faceva maggiormente (è naturale) con quanti erano stati in rapporti di stretta amicizia, d'ufficio o di dipendenza con il Cavedalis, col quale (rimasto dopo il '49 in terra veneta nella triste condizione del con­finato) riusciva a mantenere un prudente e costante carteggio facendogli pervenire parole di conforto e di amicizia da parte dei compagni d'arme che ancora si sentivano legati al vecchio comandante da vincoli di profonda affe­zióne e di viva ammirazione : erano costoro, Pier Fortunato Calvi, Pietro Pa­leocapa, Giambattista Giupponi, Davide d'Amigo, Ferdinando Molena e qualche altro ancora. 2)
- Più. dell'esilio riusciva duro al Casati l'ignorare il vero motivo dell'odioso provvedimento poliziesco che lo riguardava. Come due volte durante la pri­gionia di Osoppo aveva invocato il regolare processo, così ora da Torino, per via diplomatica, rinnovò, replicatamele, l'inutile richiesta di giudizio dicen­dosi disposto a spontaneamente costituirsi alla polizia austriaca. Al vescovo, però, gli addebiti mossi al Casati dal Governo austriaco, erano stati fatti conoscere, in via riservati esima con divieto di comunicazione all'interessato. Infatti, il 18 maggio 1852, mons. Angelo Fusinato ne dava prudente avviso all'arciprete scrivendogli in questi termini: Io glieli notificherò [i capi d'ac­cusa] subito che per l'interesse della-sua causa* occorrerà che Ella li conosca non essendomi permesso, fuori di questo caso, almeno per ora di farglieli noti .8)
Non avendo tuttavia mai avuto luogo il processo, il Casati non ebbe modo di pigliare visione del grave documento ohe, probabilmente, si conserva nell'archivio concordiense. Cinque mesi dopo quella lettera tramite la curia arcivescovile di Torino, gli giunse invece comunicazione ufficiale del decreto 4 novembre 1852 che pur non essendo stato fino allora canònicamente
1) Pubblicò: Due orazioni di S Giovanni Crisostomo, Verona, 1859 (v.JC. NETTI, Ca-Btelnuovo e gli Austriaci del 1848, Verona, Pezzati, 1888, pp. 1112).
2) VENEZIA: Archivio di Stato - Governo Pmm>. 1848-49, B. 388.
8) Miscellanea Fabiani, lettera vescovile del 18 maggio 1852, n. 16 di prot.