Rassegna storica del Risorgimento

EMIGRAZIONE POLITICA ; CASATI AGOSTINO
anno <1957>   pagina <756>
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Enrico Liburdi
È intuitivo che anche questa protesta era destinata a rimanere ineffi­cace. Il vescovo tuttavia, non negò il celebret al Casati pel quale anzi, doveva nutrire patema benevolenza se degnavasi confortarlo chiamando il suo esilio non pena o castigo, ma tribolazione , non mancando di far voti e preghiere perchè Iddio si compiacesse a volergliela abbreviare.
L'amaro esilio anche pel Casati fu. per fortuna abbreviato. Ciò av­venne all'epoca del tentativo di politica accomodante inaugurato nel Regno lombardo-veneto sul cadere del 1856 dall'Austria, allorquando assunse le redini governative l'arciduca Massimiliano in luogo del vecchio Radetzky.
La politica del sorriso , come la chiama il Barbiera, era stata prece­duta dalla visita, alle città del Regno dall'augusta coppia imperiale, carat­terizzata non soltanto da sontuosi, ma freddi festeggiamenti ufficiali, ma anche da larghi condoni di pene, sospensione di processure politiche, resti­tuzione di beni patrimoniali confiscati agli esuli, permesso di ritorno nello Stato a quanti proscritti ne facessero richiesta con impegno scritto di com­portarsi ognora da sudditi leali e fedeli : clausola a cui, del resto, era stata subordinata anche la celebre amnistia pontifìcia del 1846.
Dal 25 novembre 1856 al 2 marzo 1857 durò quel memorabile viag­gio e, per esso, riaquistarono la libertà Pastro, Cavalletto, Finzi, Lazzari, intrepidi superstiti del processo di Belfiore. Rimpatriarono, invece gli esuli Tasca, Colomhani, Martinengo, Bellinato, Billiani, Arici, Bernardi, Moro, Giuriati, Pisani e riebbero i loro beni la principessa Cristina BelgiojosoQMvuIzio oltre tanti altri generosi esponenti del patriòttico patri" ziato lombardoveneto. Anche il Gasati figura fra coloro che beneficiarono dell'indulto imperiale.
Fin. dal 25 febbraio del 1856 egli aveva rivòlto istanza di impune rim­patrio al governatore generale del Regno lombardoveneto e n'aveva avuto risposta che ninno ostacolo impediva l'accoglimento del suo desiderio qua­lora avesse fatta regolare e definitiva rinuncia al beneficio ecclesiastico. Questo, però, ripugnava grandemente al suo animo, perchè non. si sentiva abbastanza, sicuro di promettere ora quello che forse poi non avrebbe saputo mantenere. Tanto dirà e ripeterà in memoriali e memoriali affermando reci­samente essere egli uomo di carattere di onore che non dee promettere giammai quello che non può né dee mantenere e che sarebbe nullo per sé, perchè, se rinunciassi, per essere sciolto dalla pena, la mia rinuncia sarebbe nulla appunto perchè non libera e volontaria, ma forzata dall'amore violen­tissimo che ogni uomo onesto porta insito nel cuore d'essere liberato da non meritata afflizione e vivere tranquillo tra le braccia d'un padre ottuagenario accanto ai dolcissimi suoi fratelli , Questa lettera, scritta e partita da Verona il 25 aprile 1856, ci fa comprendere ohe egli (pur non essendo stato ancora graziato dalla pena dell'esilio) aveva potuto ottenere lo stesso un provvi­sorio salvacondotto per visitare in patria il decrepito padre e la diletta fami­glia. All'accoglimento pieno della sua domanda ostava quel suo rigido frangar necfleciar, che gli valse il prolungamento ancora di un anno della vita d'esilio, come si intuisce dall'aver egli rinnovata l'istanza il 27 gennaio 1857 in epoca, quindi, oltremodo favorevole perchè, per i motivi più sopra esposti, potesse essere presa in buona considerazione. La supplica, di stile necessariamente ossequioso, è tuttavia tutt'altro che priva di sprazzi di una personale fierezza