Rassegna storica del Risorgimento

1848 ; LIBERALI
anno <1918>   pagina <529>
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Unitarismo ed Anlkmitarismo nel Partito Liberale toscano 520
È cosa nota ad ognuno che negli Stali sardi molti liberali e vari personaggi politici, fra' quali alcuni membri dello stesso Ministero Balbo, entusiasmati dalla piega presa dagli avvenimenti de' primi d'aprile dei 1848 e dall'aspetto generale del resto d'Italia, credettero che non fosse impossibile attuare l'idea dell'unità politica della penisola. Poiché dalla letteratura liberale erasi parlato di unione come di cosa attuabile, ma erasi anche molto trattato di unità come di ideale su­premo, data la rovina della potenza austriaca, dato l'entusiasmo generale e data anche la condotta fiacca dei principi dell'Italia cen­trale e meridionale, fu creduto possibile, con il favore della fortuna e con una eerta audacia e prontezza, riunire la penisola sotto lo scettro di Casa Savoia. Noi, per i dati che abbiamo, tolti da docu­menti inediti di Cesare Balbo, possiamo affermare che siffatta ten­denza unionista fu strenuamente combattuta dall'illustre storico che di ciò scorgeva tutti i pericoli e ne riteneva impossibile l'attuazione; ma l'autore delle Sperarne, se non partecipò al programma suddetto, dovette per cause, che esamineremo altrove, lasciar fare a chi più gli era vicino. Ne derivò quindi che in Roma, in Napoli, in Firenze, in Lombardia agli agenti piemontesi ufficiali e segreti fu fatto intendere, in modo però da non compromettere né il governo, né gli altissimi personaggi del Regno, che non avrebbero agito contrariamente agli interessi del paese lavorando abilmente per l'unità. Ciò fu fatto, ma con poca sagacia ; sia che l'esperienza mancasse quasi totalmente ai negoziatori di una questione così delicata, come avvenne in Firenze sia che i tempi non fossero maturi. Accadde quindi che i patriotti romani e in modo particolare i toscani, avuto sentore di ciò, cambias­sero i loro criteri, e da amici che erano, passassero ad un sistema che, se non era di aperta inimicizia, non prometteva certo nulla di buono. Ed il governo di Torino o coloro che in Piemonte erano stati ardenti fautori dell'unitarismo dovettero capire questo muta­mento, e misero ben presto da parte qualsiasi tentativo che avesse mirato a quel fine. Ma era troppo tardi. Ne abbiamo una prova anche in ciò che la Rivista Indipendente il 25 agosto 1848 scriveva: Balbo e Pareto per esser troppo italiani gettarono forse inconsa­pevoli il primo seme che ci ha fruttato le recenti sciagure. Essi pre­tesero attuare l'unità italiana, quindi furono avversi ad ogni modo, che ci potesse condurre sWwnione italiana. La lega politica fu ab­bandonata. Napoli posto fuori, direi quasi, dal diritto italiano. Si volle che il Piemonte bastasse solo a conquistare l'indipendenza di tutta Italia, si accolsero gli aiuti di Toscana ma, perchè di piccolo Stato, si confinarono nel Veneto; le truppe pontificie esposte al pericolo di un capitolato che presto le avrebbe ridotte alla inazione e si lasciò