Rassegna storica del Risorgimento

GAETA (CONFERENZA DI)
anno <1958>   pagina <240>
immagine non disponibile

240
Maria Cessi Drudi
st-ione romana un'attività non ufficiale, ma energica, con una perfidia ohe non si può paragonare che al cinismo del suo linguaggio intimo .
Difatto egli confessa di volere, in questo affare, la propria rivincita allo scorno della mediazione siciliana. Ha avvicinato a Roma i triumviri e li ha consigliati a sottomettere la città. Ma Mazzini ha risposto: che non si trattava di un accomodamento, né di conciliazione; che la repubblica a Roma era stata l'idolo di tutta la sua vita, e lo scopo dei suoi lavori; che non poteva fare il sacrificio delle sue convinzioni e non cederebbe che alla forza.
Questo contegno ha destato una generosa ammirazione al quartier generale francese per la difesa, per l'energia, per il talento di Mazzini e Avez-zana; la caduta della città avrà certamente tutti gli onori di guerra.
Da Parigi il nunzio Fornari riferisce che Mole lo ha personalmente rassi­curato che il papa deve resistere molto fermamente alle insistenze del governo riguardo alle istituzioni liberali; non concedere la minima liberalità, con­fermandogli che tale era l'opinione dello stesso presidente.
D'altra parte l'atteggiamento dell'Assemblea è tale da mettere lo scom­piglio a Gaeta. Jules Favre, prendendo lo spunto dallo scacco subito dal-POudinot alle porte di Roma, ha accusato il Governo di aver strappato al Parlamento un voto favorevole. Più precisamente di far concorrere la repub­blica francese alla rovina della repubblica romana, mentre il voto era stato dato proprio per impedire all'Austria di distruggerla. Favre ottiene che una apposita commissione giudichi l'opera del gen. Oudinot e questa conclude che egli ha sorpassato gli ordini e invita il gabinetto a ricondurre la spedi­zione al suo scopo reale. Drouyn si rifiuta di richiamare la truppa, mentre Austria e Napoli gareggiano per far entrare in azione la propria, anzi aggiun­geranno ancora uomini, fino ad averne 20 mila sul posto. Difatto il voto dell'Assemblea non influisce affatto sull'indirizzo della spedizione romana. Il ministro Odilon Barrot, invece di dimettersi, farà le elezioni; i giornali pubblicano una lettera d'augurio del presidente al gen. Oudinot e si invia un negoziatore Lesseps con poteri e istruzioni labilissime.
Davanti a tali incertezze l'Hubner stesso ammette che il potere, in Francia, è debole più a causa delle circostanze, che degli uomini, che furono sommersi dai fatti, anche i migliori (i suoi amici), come Falloux, Mole, Thiers.
Pio IX costernato, vuol protestare contro tale politica così pubblica­mente ostentata e contro il carattere arbitrariamente unilaterale che la Francia si arroga nella spedizione, perchè è la sola che agisce; vuol insistere per l'unione delle quattro potenze, Austria compresa, nell'assedio romano.
Tocca alFEsterbàzy calmarlo, fargli riflettere che quest'atto porterebbe inevitabilmente ad ima aperta rottura tra Francia ed Austria, con conse­guenze incalcolabili, perchè le truppe austriache, rappresentando per gli ita­liani la reazione, colla loro presenza servirebbero a più stretta unione dei re­pubblicani romani con quelli francesi.
D'altronde la Francia si appresta a nuove elezioni, che daranno certo una nuova fisionomia all'Assemblea. Meglio pazientare, riconvocare la con­ferenza in nuova seduta, agore su questo terreno neutro e legale.
Ferdinando di Napoli, urtato contro Parigi per il mancato accordo con Oudinot vuol ritirarsi dalla conferenza ed ecco il papa adoperarsi personal­mente a dissuaderlo. In tal clima si riapre la sesta seduta.