Rassegna storica del Risorgimento
GAETA (CONFERENZA DI)
anno
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1958
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pagina
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247
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Contribuii alla storia della conferenza di Gaeta 247
lati i suoi Stati da soldati stranieri, ina soprattutto austriaci. Può l'Austria aver passata la spugna su molte pagine della storia di Pio IX, ma non al punto da scontare gli errori politici di Lui. Il sentimento nazionale, di cui lo Schwar-zenberg ammette la legittimità, è diventato una mania, una pazzia, ingigantita dal sigillo religioso impressole, appena qualche mese fa, da Pio IX. La rivoluzione si è subito impadronita della fusione di questi due sentimenti e ha galvanizzato l'Europa tutta. La Germania, la Francia, 1"Austria (e nell'Austria il cancelliere comprende, naturalmente, le provincie ungheresi, italiane, ecc.) sono coinvolte in tale turbine. Scontrarsi coi Francesi nella campagna romana, potrebbe essere la scintilla che scatena una tregenda generale. Questa è la ragione che ha ispirato alla diplomazia austriaca un lungo lavorio (aménagement ) verso il governo parigino, finché gli affari interni dell'impero non le lasceranno piena libertà d'azione.
In questa frase che riassume il significato della lettera, sta la chiave dell'atteggiamento austriaco a Gaeta e a Parigi. I governanti francesi non se ne resero conto che a brevi sprazzi, in qualche innocua impennata, tosto cancellata; né pure l'astutissimo Thiers, cui la faziosità contro repubblicani e rivoluzionari, fece perdere probabilmente una occasione magnifica alla propria ambizione.
Il principe Schwarzenberg, per quanto constati le nuove esigenze dei popoli, ha sicura fiducia che la loro voce sarà smorzata con giuste concessioni e i governi riprenderanno le redini, come prima. Anche in Francia tati governi sono transitori: è questione di pazienza. Che Sua Santità se ne convinca e non ceda alle pressioni francesi. Guadagni tempo con provvedimenti illuminati quale la secolarizzazione degli uffici; misure economiche, ecc. che ristabiliscano un buon governo: sacrifici che salveranno i basilari diritti sovrani. Saprà il pontefice, per il quale l'ultimo che parla ha il potere di convincerlo, star saldo su un semplice e chiaro: no ?
A Vienna lo si conosce bene, e l'ufficio di cui è incaricato l'Esterhàzy è proprio questo: essergli perennemente vicino, più che a persuaderlo, a isolarlo da amici e nemici. L'inviato austriaco, cui vengono in aiuto la solida fermezza dell'AntoneIli e gli avvenimenti militari, ha il compito facilitato. Lesseps partito, Oudinot vede netto quel che si vuole da lui. Osservantissimo cattolico, la posizione creatagli dalla volontà espressa dal paese era falsa, le istruzioni lacunose ed ambigue, quando non addirittura contradditorie, come, per esempio, nei riguardi della collaborazione napoletana. Il suo carteggio col Ludolf prova che era stata concordata, quindi troncata, evidentemente per istruzioni sopravvenute; tanto che non a torto il re di Napoli, offeso per la mancanza all'impegno, aveva voluto ritirarsi dall'impresa e. dalla conferenza stessa.
Si era sperato (da Drouyn o piuttosto da Falloux ?) che, sul posto, il suo entusiasmo, meglio che la sua bravura militare, e il suo spirito cattolico gli dessero lo slancio e l'abilità sufficienti ad una rapidissima, e pacifica, conquista di Roma e conseguente restaurazione papale. Errore, probabilmente, la scolta dell'uomo, che ha subito il fascino dell'avventura militare, e quale memoranda avventura, la conquista di Roma, più del suo sentimento di cattolico e che, impacciato dai suoi precedenti alla Costituente, non sapeva svincolarsi dal peso dell'opinione pubblica francese Errosie: più grave, l'invio di Lesseps. le cui istruzioni, forse alterate da quelle verbali, non sono chiare;