Rassegna storica del Risorgimento

GAETA (CONFERENZA DI)
anno <1958>   pagina <248>
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Maria Cessi Drudi
ma che probàbilmente consìstevano in un aiuto pacifico a Oudinot, sia con le note trattative coi triumviri, sia col preparale nella città un movimento di popolo, di simpatia ai francesi.
La nomina di de Corcelle è quasi rassicurante: buon cattolico (ma ciò non è sempre sufficiente), devoto al pontefice e soprattutto convinto della legittimità e necessità del potere temporale, convinzione che vacilla invece anche in gran parte del clero francese, a sostegno di quello spirituale. Infine, particolare tutt'altro che trascurabile, già ambientato a Roma per una pre­cedente missione.
Ma d'Harcourt e de Rayneval trovano che la presenza di questi diplo­matici aggiunti crea seri imbarazzi, intralciando e aggrovigliando con ine­sperienze, ambizioni, passioni individuali, la loro azione, già cosi irta di dif­ficoltà. Mentre i fuggiaschi romani, approdati a Gaeta, riversano Podio fana­tico contro i preti e il loro sdegno contro il Santo Padre, si apre la nona se­duta della conferenza, in un'atmosfera poco propizia e nemmeno serena (27 giugno). Formalmente essa ha lo scopo di tracciare i limiti geografici al­l'azione di ciascuno dei quattro eserciti, ad evitare temutissime collisioni.
L'Austria, ligia ai limiti che si è assegnata, arriverà fino a Macerata, ed è perciò fuori della discussione.
Si tratta degli sparuti contingenti di Spagna e Napoli, di cui è necessario smuovere l'attività. Con vani pretesti, i loro rappresentanti tentano celare la timidezza che li immobilizza, forse per mancanza di convinzione, oltre che di organizzazione, e soprattutto di fiducia verso il generale francese, che do­vrebbe essere il coordinatore dei movimenti. In realtà il re di Napoli ha l'aria di diffidare non solo dell'alleato francese, che è già venuto meno al suo im­pegno, ma perfino dei suoi militi. È notissimo a tutti i plenipotenziari di Gaeta che dopo Velletri i Napoletani si sono dati alla fuga, anche se battez­zata marcia retrograda .
Né pure dal generale spagnuolo si riesce a ottenere di più. Prima di tutto la rivalità fra Spagnuoli e Napoletani ostacola seriamente qualunque coordi­namento; poi il generale Cordova, ammiratore sviscerato di tutto ciò che è francese, s'è moralmente impegnato verso POudinot e impiega tempo e uo­mini in marce e contromarce inconcludenti, come quella che da Piperno riportò i soldati spagnuoli a Terracina. Invano il Martinez sollecita e sprona il generale fino quasi a completa rottura: tutto quello che ha potuto fare è chiedere una seconda divisione a Madrid. Dove però la repubblica francese è tenuta in tale sacro rispetto, che sarà difficile ottenere aiuti sostanziosi e dove il generale Cordova ha una posizione di favore, essen­do stato compagno d'esilio del presidente del Consiglio, malgrado adoperi in Italia sistemi impossibili, vessazioni, rappresaglie, violenze, le quali dovevano essere particolarmente feroci, se PEsterhàzy stesso le definisce crudeli .
Durante il mese di luglio e per metà dell'agosto i dispacci dell'inviato austriaco, sempre diligentissimi, subiscono una sosta, di cui il cancelliere viennese si lagna, ma che il plenipotenziario giustifica con la grave oftalmia di cui ha sofferto in tale periodo. L'Esterhazy ripeterà ancora lo strano errore di questo mal spiegato silenzio (aveva certo un segretario ed un collega a Napoli), quando, incaricato a Roma nel '51, aspetterà ben sei mesi prima di iniziare la normale corrispondenza diplomatica.