Rassegna storica del Risorgimento

GAETA (CONFERENZA DI)
anno <1958>   pagina <257>
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Contributi alla storia della conferenza di Gaeta 257
E ricordino i plenipotenziari tutti l'immensa risonanza dell'aliare di Ferrara, in cui si gridò alla violazione dei diritti della Santa Sede, anche se non si trattava di neutralità, per rappresentarsi quanto sia elastica per certi governi l'interpretazione dei trattati. Il diritto di guarnigione au­striaca a Ferrara e a Cornacchia diventerebbe controverso; impossibile l'aiuto al papa in caso di anarchia, o anche a Napoli in momento analogo, perchè non si potrebbe passare attraverso lo stato pontificio. Meglio quindi aggior­nare la questione, la quale d'altronde sconfina dai limiti della conferenza. Il tono di tutto il dispaccio viennese tradisce, nella sua insistenza, una seria preoccupazione.
Particolare non trascurabile nella complicazione romana è la malattia del de Corcelle, che il Santo Padre asserisce, in via confìdenzialissima al-l'Estcrhàzy, malato di mente (follia diplomatica, come quella di Lesseps?), con gran dispiacere del papa, che Io stima e di cui gode le simpatie.
Arrivato perfettamente digiuno di affari diplomatici e della loro parti­colare condotta, senza una convinzione ideologica chiara, salvo la sua osser­vanza religiosa; colto, di una cultura romanticoletteraria, che gli aveva prospettato la riforma papale come la nuova luminosa strada non solo di rivoluzione politica, ma sociale, ma religiosa, pare che avesse subito la sen­sazione di essere a disagio, di sbagliare ogni atteggiamento ed ogni azione, verso i Romani e verso i diplomatici di Gaeta. In vero la sua delusione deve esser stata profonda: alla figura di un papa che di lontano gli era apparso benedicente iniziatore della rivoluzione del febbraio, doveva contrapporre, visto da vicino un sacerdote pio, ma uno statista perennemente indeciso, pronto ad avallare le decisioni suggeritegli per ultime e altrettanto pronto a pentirsene, bisognoso di protezione e di guida, e infine tradizionale e con­servatore. Avverte il diplomatico, l'incertezza, l'ambiguità della condotta dettata a lui e ai suoi colleghi da Parigi e si illude dell'appoggio austriaco. Arriva perfino a chiederne la collaborazione: Aidez-nous à ramener PEglise dans des voies raisonnables .
Le strade della ragione erano indicate anche dal cancelliere: riforme amministrative, laicizzazione, ecc. ma, evidentemente, con apprezzamento diverso della ragionevolezza ed è su questo che si illude il de Corcelle. Uguale, invece, l'intendimento dettato dal loro senso religioso, che si preoccupa della reazione cattolica, e Donnons à PEglise ime phisionomie aimable insiste il francese, cioè riportiamola alla sua funzione essenziale. Ma il de Corcelle, esponente del moto francese, vivo anche nel clero, vorrebbe arrivare alla scissione dei due poteri, temporale e spirituale, e su questo terreno del radicalismo gli Austriaci non possono marciare d'ac­cordo. In realtà il de Corcelle ha vivi e frequenti contatti con Roma occupata dai soldati francesi e dalla nuova Commissione pontificia, ne ascolta i battiti disordinati e irrequieti, il malcontento, la diffusa delusione ed ha precisa la sensazione del fallimento suo e di tutta la politica parigina. H suo ondeg­giare, il suo strano ragionare , come lo definisce PEsterhàzy, che invece è rigidamente sicuro di sé e della guida ben decisa che gli sta alle spalle, de­vono aver dato al papa e ai diplomatici attorno, l'impressione di una inno­cua follia.
Fere anche altri rapporti incidono sulla diplomazia parigina: i profughi piombati a Parigi lamentano il rinnovarsi della reazione pontificia; e so-