Rassegna storica del Risorgimento

1848 ; LOMBARDIA ; SACCHI ACHILLE ; GARIBALDI GIUSEPPE
anno <1958>   pagina <288>
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Anna Simonetta
Si potrà a questo punto obiettare: perchè, stando così le cose, Garibaldi non. riferisce anche l'episodio ? Penserei che sia per una ragione molto urna' na: egli in quell'occasione cadde, per dirla col Sacchi, in una pania; pania fine, ma al tempo stesso abbastanza evidente perchè non vi cadessero alcuni degli stessi suoi soldati, i quali invano tentarono anzi di aprirgli gli occhi; ed i propri errori si ricordano malvolentieri.
Solo quando Garibaldi si scaglierà contro il contegno di Mazzini verso di lui nel '49 a Roma, egli collegherà questo coll'episodio dell'anno prece­dente, senza tener più conto che di quest'ultimo egli, nelle sue Memorie, non Ha parlato.
Logico appare, seguendo questa interpretazione, anche il contegno della Mario: essa, pur avendo sottocchio la cronaca del Sacchi, non fa cenno del­l'episodio, del quale non può certo esserle staggita l'importanza. Non si deve dimenticare che la Mario era legata da vincoli di stima e di amicizia profonda sia a Mazzini che a Garibaldi, e non può far meraviglia che in queste condi­zioni essa (e, come lei, i pochi che potevano essere al corrente della cosa), non ne abbia fatto cenno, temendo le sfavorevoli interpretazioni che difficil­mente sarebbero mancate a questa specie di sabotaggio preparato da Mazzini all'eroico tentativo che Garibaldi si apprestava a compiere. Se la Mario, non potendo ignorare l'episodio, lo ha taciuto, doveva essa pure, come Garibaldi, ritenerne artefice Mazzini e non il governo piemontese, che, tendenzialmente repubblicana, essa non avrebbe avuto in tal caso nessuna ragione per tacerlo.
A distanza di un secolo, sarebbe ora lecito porsi il quesito: chi dei due aveva ragione, Garibaldi o Mazzini ? E certo che Mazzini era facile profeta nel prevedere che la campagna che Garibaldi voleva iniziare si sarebbe ri­solta in un fallimento; e, sotto questo punto di vista, egli poteva avere tutte le ragioni per cercar di evitarla. Ma è pure certo che questa breve campagna contribuì moltissimo ad accrescere il prestigio di Garibaldi, a richiamare su di lui l'attenzione di chi non lo conosceva o lo considerava con diffidenza, a rivelarlo condottiero altrettanto audace quanto prudente, a rianimare gli Italiani; e, sotto tali aspetti, essa fu di tale importanza da farci chiedere come sarebbero andate le campagne degli anni successivi se non vi fosse stata que­sta. Non si può dimenticare che nel '48 il governo piemontese ignorava del tutto Garibaldi, e dimostrativi a questo proposito sono sia la lettera che su Garibaldi il La Marmora scriveva al Dabormida l'anno seguente: fu grave errore non servirsene. Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare , sia l'episodio del Gen. D'Aspre che, dopo aver costretto a Morazzone, con le sue truppe soverchianti, Garibaldi a passare in Svizzera avrebbe dichiarato in Parma ad un personaggio piemontese: l'uomo che avrebbe potentemente giovato alla vostra guerra, voi non lo avete conosciuto; e questi è Garibaldi.2)
Non il solo governo piemontese non era in grado a quell'epoca di giudicare chi realmente fosse Giuseppe Garibaldi, bensì non lo conoscevano ancora la maggior parte di quegli stessi Italiani, ohe dovevano poi accorrere sotto le sue: bandiere negli anni successivi. E senza questa breve, sfortunata, ma gloriosa campagna, avrebbero continuato ad ignorarlo.
ANNA SIMONETTA
li) A. CkvACiocoui, ap. eit., p. 1135. 2) J. WHITE MARIO, op. eit,, p. 221,