Rassegna storica del Risorgimento

SPELLANZON CESARE
anno <1958>   pagina <325>
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LIBRI E PERIODICI
GUIDO QUAZZA, Le riforme in Piemonte nella prima metà' del Settecento, 2 voli. (Collezione storica del Risorgimento italiano, 50); Modena, Società tipografica editrice modenese, 1957, in 8, pp, 484. L. 800-800.
E un'ampia ricostruzione, fondata sn di un cicco materiale documentario in gran porte sinora ignorato o malamente conosciuto, della vita interna della regione Bubalpina nella prima metà del settecento, ma particolarmente negli anni in cui si operò lo sforzo principale di riforma. Ed è ricostruzione essenzialmente crìtica (e in ciò soprattutto sta il suo alto valore) sì che il vecchio Piemonte ci si pre­senta oggi, specie nei suoi aspetti più profondi, con una luce, in quel faticoso periodo di trasformazione, alquanto diversa, e, comunque, più salda e persuasiva, che non quella offertaci non solo dalla storiografìa tradizionale, o ancorata ai consueti schemi agiografici o limitata da angustie ideologiche, ma pur da econo­misti e finanzieri odierni di comprovata competenza. E anche la personalità, indub­biamente complessa, del Sovrano, vi è felicemente colta dalTA. nella sua vera essenza, senza gli eccessi cui fu sinora sottoposta dagli storici unicamente preoc­cupati dello studio delle vicende polìtico-militari. Soldato, sì, valoroso, intrepido, energico e inflessibile nella difesa della libertà del suo piccolo Stato e di mente agile e pronta, ma rivolta soltanto alla pratica e negata perciò, anche per la mancanza di un concreto sostrato culturale, a fecondi ripensamenti interiori. Pesò su di lui, per tutta la vita, l'esperienza della triste giovinezza cresciuta tra malanni fisici in un ambiente difficile e quasi ostile: di qui un costante spiccato desiderio d'isolamento, una perpetua inquietudine dello spirito, un senso continuo di diffi­denza, d'incontentabilità, di dissimulazione e un abito, nel contempo, di violenza, di ruvidezza esteriore, d'impetuosità, d'imperio: atteggiamenti tutti che conviene aver ben presenti per comprendere la concezione personale che egli ebbe dello Stato, e il metodo stesso da lui perseguito nella sua opera riformatrice, di cui egli fu invero il maggiore artefice, che tutto egli volle vedere e controllare e tutto volle decìdere dominando senza posa i suoi collaboratori (di cui non pochi egregi, quali, ad esempio, il Gropello, il Mcllarcde, il Ferrerò, il Caissotti, Io Zoppi) con la sua ingombrante presenza e con la sua imposizione autorevole.
Ma opera innegabilmente meritoria, durata per circa un ventennio ed estesa a lutti i eampi : dai riordinamenti delle segreterie e delle aziende centrali e del­l'apparato periferico amministrativo che risalgono al 17 febbraio 1717, completati con le misure relative alla divisione e all'avvicendamento del lavoro della classo civile e della classe criminale del Senato e con successive istruzioni del 1723, del 1726, del 1728, al controllo della diplomazia e dell'esercito per perfezionarne gli organi esistenti e per farne anche forze più rappresentative della società piemon­tese; al riassetto delle finanze con l'intento di limitare la potenza nobiliare ed ercicsiasiica mediante una maggioro compiutezza od efficienza del sistema di esa­zione, e di attenuare le disparità contributive tra i vari ceti o gruppi sociali; alle varie provvidenze per lo sviluppo delle produttività dello terre allo scopo di eliminare gli arbitri è lo violenze nel riparto tributario e di ridurre le specu­lazioni dei borghesi e di conseguenza la miseria degli ufOituitri ; alla larga azione svolta in prò* dell'attività industriale mediante il prorluttiviamo nel settore della setti, gli investimenti lanieri, la politica doganale; al vigoroso intervento nell'attrez­zatura commerciale al fine di liberare 21 paese dalla pesante sudditanza verso i mercati stranieri; al Concordato con la Chiesa (i pruni tentativi di negoziati si iniziarono il 1719, ma le firme dell'atto definitivo furono poste solo il 24 mag-