Rassegna storica del Risorgimento

SPELLANZON CESARE
anno <1958>   pagina <326>
immagine non disponibile

326
Libri e periodici
già 1727) per limitare le immunità abusive del clero e per frenarne le interfe­renze giurisdizionali ; alla riforma degli studi, specie universitari, del 1729, per eottrarli al monopolio gesuitico e per meglio determinarne l'utilità funzionale verso lo Stato. In tal modo il monarca, congiungendo alla volontà accentatrice il buon senso pratico e la serietà di applicazione, dava al Piemonte una struttura amministrativa nel complesso tale da non scomparire al confronto degli altri paesi assolutisti italiani e stranieri. Ma sarà necessario avvertire, per non ripetere gli errori in cui son caduti non solo gli storici della tradizione aulica, ma anche molti valentissimi tra i moderni, che se il riformismo sabaudo della prima metà del Settecento segnò senza alcun dubbio un evidente vantaggio sulla situazione dell'età secentesca e pur un avanzamento, almeno parziale, nella storia del Pie­monte, si distacca peraltro, e di molto, dai riformismi illuministici >. ad esempio, di Milano, di Vienna, di Parma, di Napoli e per i perfezionamenti tecnici della macchina statale e, particolarmente, per l'impostazione ideologica, come ne dà prove validissime il Quazza nella sua analisi acutissima e sorvegliata, su cui il soffermarci (e spiace) ci porterebbe troppo a lungo. Basterà qui ricordare che i miglioramenti introdotti nella compagine dello Stato subalpino furono per lo più isteriliti, o per lo meno, limitati, tra l'altro, dalla scarsa capacità creativa nel* l'intervento della economia, con gravi conseguenze nella politica annonaria e agri­cola e con danni anche del mercantilismo industriale; dalla mancanza di orga­nicità e di ampiezza di prospettive sei sistema dei rapporti tra sudditi e sovrano, tra Stato e singoli, donde la perdurante tensione economica nei centri urbani, il fermento persistente nelle campagne, la non sempre giusta distribuzione del potere amministrativo e politico; dalla carenza di un fecondo impulso verso una spiri* tualità più elevata e errile specie nel settore culturale ed educativo ove conti­nuarono ad imperare la pedagogia pragmatica e tecnico-scientifica, l'ossequio alla moda arcadica, l'ostracismo alla storia, la chiusura ad ogni voce che venisse d'oltralpe. Comunque, senza voler insistere su raffronti che involgerebbero que­stioni delicate e scottanti e in vero non del tutto ancora oggidì risolte, si può senz'altro accettare la conclusione cui giunge l'A. nel chiudere il suo poderoso lavoro, e cioè che Vittorio Amedeo II e il successore Carlo Emanuele Uì, che ne segui, sia pur timidamente, le tracce, sforzandosi di ridurre il prepotere oligar­chico locale e i privilegi feudali ed ecclesiastici e di por freno alle interferenze giurisdizionali del clero seppero guidare il Piemonte verso la modernità, ma che ancor più operarono in tal senso addestrando la burocrazia, la magistratura e l'esercito al culto della disciplina e del dovere e all'abitudine dell'impegno quotidiano nel lavoro (che furono le doti più eccellenti in ogni tempo del popolo pedemontano); e, sopra ogni cosa, incrementando il prestigio sociale della bor­ghesia in quanto fecero nascere il primo nucleo di quella classe dalla quale germinerà, col ceto moderato piemontese, una delle forze più valide ed efficaci del processo risorgimentale-*.
Senonehò in codesto ultimo punto qualcosa, pare a me, ei sarebbe da aggiun­gere per maggiore chiarimento, che la formazione in Piemonte di una borghesia intesa corno classe autonoma con una sua propria fisionomia e con una propria storia avvenne assai lentamente e tra contrasti molteplici. È un tema che abbisogna ancora di indagini accurate e spregiudicate, benché non manchino studi promet' tenti e di largo respiro (attendiamo con ansia che il Venturi continui i suoi Saggi sull'Europa illuministica * cosi felicemente iniziati). Il fatto è che la borghesia piemontese ha continuato per tutto il Settecento (eccetto i casi sporadici degli nnarchistùs e degli utopisti) ad osservare la più assoluta sudditanza al potere per­sonale del sovrano nella capitale e nelle città minori, e nelle campagne a speculare sui contadini accrescendo coti i motivi di incresciosi tumulti. Un ravvedimento della cultura si ebbe, si, verso la fine del secolo, promosso non dai princìpi retrivi ma da un volenterosa schiera di giovani patrizi, cui parteciparono elementi ber.