Rassegna storica del Risorgimento

1849 ; MAMELI GIORGIO
anno <1918>   pagina <614>
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614.
Qonni
Camera, che s'aperse il 30 luglio. Questa Camera fu delle più agi­tate. I ministri si presentarono fra gli schiamazzi e le urla dei de­putati, che, nelle ultime elezioni essendo riusciti in maggioranza di parte democratica, era quasi direi naturale in tal guisa si compor­tassero, perchè essi volevano ricominciare la guerra con l'Austria, mentre il Ministero, per la conoscenza della situazione internazionale e militare, opinava invece necessario stipulare la pace cól nemico.
La parte moderata e conservatrice della Camera hen poco po­teva influire sulle decisioni da prendere, in quanto che era mal vista, spregiata tal volta, accusata anche di tiepido patriottismo e di poca italianità; tri vero, a ptrté esagerazioni di giudizio facili in simili circostanze, non tutte le accuse, o per meglio esprimersi, non tutti i moderati e conservatori della Camera erano in buona fede, perchè non pochi di loro avversavano il nuovo reggimento costituzionale, propendendo per l'antico regime assolutista. Strana questa piega dell'animo loro, che tendeva a ritornare ad un regime politico anti­statutario, mentre il nuovo Re - dopo l'abdicazione di Cario Alberto a Novara - aveva più volte manifestato la sua ferma convinzione di voler mantenere intatto lo Statuto largito dal padre. Volevano quei misoneisti essere, per dirla volgarmente, più realisti del Re.
Una situazione parlamentare di simil fatta diveniva particolar­mente pericolosa, in quanto bisognava trovare modo di ricondurre la concordia negli animi dei deputati, perchè ratificassero il trattato di Milano (6 agosto '49), col quale si dovevano accettare, sia pure mi­gliorate, le condizioni di pace imposte dall'Austria vincitrice al Pie­monte vinto.
Guai ai vinti ! Antico detto, che dovrebbe essere sempre presente nella mente e.nel cuore dei cittadini - a qualunque classe sociale essi appartengano se veramente ed incondizionatamente sentono viva la fiamma patriottica ardere in seno, se veramente amano la li­bertà della loro terra, se veramente aspirano ad un'elevazione delia propria civiltà, se, col provvedere a tempo ed a luogo le armi ne­cessarie, non vogliono che il nemico insolentemente lo pronunci in­nanzi a loro.
11 conte Giuseppe Burini scriveva in quell'agosto al marchese Anselmo Guerrieri: Se l'esercito fosse altra cosa, era il caso di bat­ic tersi nuovamente, ma poiché siamo a non contare su lui, tranne <c che per oppressione interna, bisognerà piegare il capo con la mag- giore possibile dignità .
Ma no, non era l'esercito che era venuto meno in quella cam­pagna. Il senatore Francesco Ruffini nel suo recente opuscolo Vit­torio Emanuele II dimostra, nel modo com'egli solo sa fare, che