Rassegna storica del Risorgimento
SALVEMINI GAETANO ; GIOLITTI GIOVANNI
anno
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1959
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pagina
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221
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Ritorno aWItalia giolittiana 221
adesso come una specie di nemico amichevole, un realista bifronte, i cui metodi doveva ancora condannare, ma i suoi .successi positivi, anche se limitati e di breve durata, non poteva fare a meno di riconoscere. Presto, tuttavia, in una diversa circostanza storica italiana e sotto la pressione di una risorta polemica, Salvemini si sentì costretto a ritornar sopra alcuni suoi recenti passi nel suo giudizio su Giolitti. Ma, coerente come sempre, egli ancora riconobbe che, se non con Giolitti anzi, praticamente contro di lui suo malgrado, nondimeno, una democrazia italiana era stata in formazione durante Péra giolittiana.
Quasi fino alla vigilia della sua morte, Salvemini sembrò incerto ed esitante circa la giusta relazione, che, come storico, poteva stabilire tra Giolitti e il carattere dei suoi tempi. Fin proprio alla fine egli parlò nostalgicamente della necessità di inquadrare Giolitti nella vera struttura della storia moderna italiana. Nel frattempo, sia il protagonista sia lo storico rimangono nella zona indefinita che sta tra la politica e la storia* Giustamente Salvemini stimava e ammetteva che gli elementi militaristi, nazionalisti e reazionari avevano sfruttato per i propri fini la sua critica della democrazia giolittiana. Ma, forse, egli non seppe dare abbastanza importanza, storicamente, al fatto che quegli elementi non erano invenzioni italiane dell'era giolittiana. Altrove, essi prendevano nomi e forme diverse, ma agivano in senso analogo. Spesso erano soltanto espressioni di forze ancor più demoniache nell'Europa-moderna: alla vigìlia della sua più grande crisi storica, la guerra del 1914. Alla fine, fu, forse, questa orisi nell'organizzazione europea del potere e della cultura che spezzò il delicato equilibrio, interno ed internazionale, entro il quale le promesse liberali, democratiche e socialiste del diciannovesimo secolo, al quale Salvemini tributava il più alto omaggio, avrebbero potuto portare frutti.
Giolitti aveva giustamente profetizzato che l'Italia la sua economia, le sue risorse, le sue istituzioni, la sua struttura sociale avrebbe potuto non sopravvivere in un conflitto internazionale di giganti, nel quale non aveva bisogno di immergersi, se così avesse scelto la sua classe politica. Gli interventisti democratici bissolatiani, dei quali Salvemini orgogliosamente si considerava uno dei portavoce, avevano replicato che era precisamente per una necessità di sopravvivenza fisica* in una Europa che altrimenti avrebbe potuto divenire essenzialmente germanica, e anche per una possibilità di liberazione politica e morale da tutto ciò che era diventato soffocante e sterile nell'Italia giolittiana, che la prova della guerra non poteva essere evitata. Una volta che gli ottimati al potere anti-gio-ìilfciani, ma anche congenitamente anti-bissolatiani ebbero reso impossibile il mantenimento della neutralità italiana, la guerra d'Italia fu vista dai democratici come una possibile via per una rivoluzione liberale europea e come una rivolta definitiva contro i mali delgioliuismo. La guerra fu molto meno e, nello stesso, tempo molto di più. Col collasso dell' Europa storica entro la quale era stata in formazione la democrazia italiana, tutti gli ideali furono trasformati e molte speranze furono "tradite. Fu allora