Rassegna storica del Risorgimento

CERVIA ; MOSTRE
anno <1960>   pagina <95>
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Libri e periodici 95
allorché rientrò a Roma dopo la lunga missione viennese il nunzio Yiale-Prelà, ohe era riuscito a coneludere il concordato dell'anno precedente, e per il quale si ventilava la pro­spettiva della successione olTAntoncUi (p. 71).
Sulla scorta di una documentazione esaminata con l'obiettività e il distacco di uno studioso severo e coscienzioso, il nostro Autore riesce a chiarire punti che aveva lasciato nell'ombra certa storiografia precedente, a lui nota anche grazie olla possibilità di con­sultarla nelle molte lingue originali di sua conoscenza. II primo e il più importante di questi è la parte avuta dal principe di Mettermeli, prima, e dai suoi successori, poi, negli inutili tentativi di riformare il decrepito, disordinato, cancrenoso apparato amministra­tivo dello Stato pontificio. Contro le accuse infondate e lanciate talvolta persino con malcelato compiacimento da storiografi di parte si era già levata la voce del Nada e di altri diligenti ed imparziali ricercatori. Ora sentiamo quella, ugualmente autorevole, del Viennese, che, per il suo lungo passato di uomo, di studioso, di indagatore appassionato e di docente in università americane ed europee, gode meritatamente stima indiscussa. Allo stesso modo è sfatata qui la leggenda del veto austriaco contro il cardinale Mastai (p> 15), benché, dopo gli studi del Bortolotti e di altri storici, non ci fosse stato più il bisogno forse di insistere a lungo su quell'argomento; mail nostro Autore fa di più, dimostra il contrario, dimostra che, sia l'ambasciatore Liitzow, sia il principe di Mettermeli, sia altre personalità responsabili della politica estera austriaca espressero la propria soddi­sfazione per la scelta del successore di Gregorio XVI (p. 16). L'inutile veto austriaco, giunto a Roma due giorni dopo la chiusura del conclave del '46, era diretto contro il cardinale Bernetti, che non aveva ottenuto dai suoi colleghi neppure un suffragio!
Durante il regno di Leone XIII i motivi di discussione e spesso di dissenso fra i due stati non furono minori. L'interesse portato dal nuovo pontefice per il mondo slavo fin dai tempi dell'enciclica Grande Munus (1880) non bastava a calmare gli allarmi del governo di Vienna, che vedeva aggravarsi sempre più il difficile compito di tenere unito sotto un'unica monarchia uno stato plurinazionale, nel quale gli elementi disgregatori si facevano ogni giorno più forti e minacciosi. E questa concordanza di vedute intorno al principale problema balcanico-danubiano non giovò ad impedire, più tardi, la caduta del ministro degli esteri austriaco Kdlnoky, la cui posizione era aggravata anche dalle proteste sollevate dal governo ungherese contro il tanto discusso viaggio del nunzio Agliardi, che proteggeva forse troppo apertamente il giovane partito cristiano sociale.
E poi il problema dei matrimoni misti in Ungheria; la posizione del Vaticano di fronte alla Triplice, che legava in un trattato di alleanza e d'amicizia la cattolica Austria con il governo usurpatore di Roma; la morte del segretario di stato Jacobini (28 febbraio 1887) e la successione di Mariano Rampolla, la cui opera diede subito inizio alla linea politica di colore antiaustriaco, che si concluse 16 anni più tardi, il 20 luglio 1903, con il telegramma del ministro degli esteri di Francesco Giuseppe Goluchowski al conte Szécsen, ambasciatore di Suo Maestà Cattolica presso il'Vaticano: Il membro del Sacro Collegio, contro il quale dovrebbe essere eventualmente posta, nel caso estremo, l'esclusiva, è il cardinale Rampolla .
L'Autore, nella sua gronde modestia, intitolando semplicemente la sua opera L'Austria e U Vaticano, ha voluto porre forse limiti, che poi non ha, né avrebbe potuto osservare letteralmente. I rapporti diplomatici intercorsi fra le due corti durante più di mezzo secolo sono legati e si inseriscono in tutto il complesso della politica europea. La Francia, la Spagna, la Prussia, tutte le grandi potenze sono chiamate nel gioco (il Kulturkampf e I dissensi con il principe di Bismarck sono soltanto un episodio del grande dramma); la loro opera e- ampiamente illuminala e di conseguenza il merito del nostro Autore è di gran lunga maggiore di quel che non sarebbe tato se egli si fosse attenuto, alle proprie limitate promesse. La lettura del libro, che ha, è inutile ripeterlo, un valore fondamentale negli studi della storia diplomatica degli Stati europei nella seconda metà del secolo pas­sato, ci lascia un solo desiderio molto vivo od ancora insoddisfatto: quello di vedere presto comparire il secondo volume, già promesso dall'Autore e dall'Editore, in cai l'ar­gomento sarà continuato fino al 1918. ANGELO FCUPUZZI