Rassegna storica del Risorgimento

CERVIA ; MOSTRE
anno <1960>   pagina <96>
immagine non disponibile

96
Libri e periodici.
ENNIO DI NotFO, Storia del Risorgimento e deW Unità d'Italia, Volume Sesto, Conti­nuazione dell'opera di Cesare Spellanzon; Milano, Rizzoli, 1959, in 8, pp. 450. L. 7000.
L'unanime consenso ottenuto, anche da parte della critica specializzata, dalla Storia del Risorgimento e dell'Unità d'Italia del compianto Cesate Spellanzon rendeva assai ardua e complessa l'impresa di continuarla riprendendo la narrazione dagli avve­nimenti degù ultimi mesi del 1848, cui era rimasta interrotta. Occorre pensare al carattere peculiare dell'opera fondata su un'informazione di prima mano, crìticamente selezionata ed interpretata, ma stesa in forma di scorrevole racconto, cosi che può essere di facile lettura per un pubblico abbastanza vasto; non era facile rimaner .fedéle a tale impostazione originaria, ma dobbiamo dire che Ennio Di Nolfo, autore, sotto la direzione di Giovanni Mira, di questo sesto volume, vi è pienamente riuscito com­piendo un lavoro estremamente onesto e corretto. Egli è risalito direttamente alle fonti, per vagliarle alla luce dei più recenti risultati della storiografia risorgimentale ed è pervenuto ad una visione organica e sicura degli avvenimenti italiani del 1849. II volume sesto, per la verità, si riferisce solo alla situazione del Piemonte e del Lom­bardo-Veneto durante quell'anno doloroso per le sorti d'Italia: il ministero Gioberti in Piemonte, la ripresa della guerra e la sconfitta di Novara, i dieci giorni di Brescia, la difesa di Venezia, la pace di Milano, hi situazione del Regno sardo fino al proclama di Moucalieri del 20 novembre ed alle elezioni della nuova Camera. Storia politica propria­mente detta, storia diplomatica e storia militare si alternano nelle pagine del voltimi senza però che venga a mancare il nesso fra aspetti politici, aspetti militari e aspetti diplomatici; cosi l'A. ha sempre presente il quadro complessivo della vita politica euro­pea ed in tale quadro gli avvenimenti italiani sono sempre collocati. Va, infine, messa in evidenza la serenità di giudizio del Di Nolfo e la sua capacità, pur mostrando una viva partecipazione ai fatti narrati, di non impersonare alcuna causa, valutando l'opera di ciascuna personalità senza schemi precostituiti avendo presenti i concreti interessi di ciascuna di esse e illuminando, d'altra parte, le idealità cui obbedivano.
Al centro delle prime pagine del volnme si trova la figura di Vincenzo Gioberti incaricato, a metà del dicembre 1848, dopo la caduta del ministero Perrone-Pinelli, di assumere le redini della politica piemontese. H Di Nolfo pone chiaramente in rilievo le insufficienze della politica giobertiana, incapace di avvertire il tramonto dell'espe­rienza neo-guelfa e dell'idea di confederazione e incapace, inoltre, di vincere, nei rap­porti con gli altri stati della Penisola, i sospetti diffusisi sulle mire egemoniche piemon­tesi. L'abate torinese ordì un'intricatissima trama diplomatica e finì col cadere vittima di essa; la sua politica voleva essere nazionale, ma riuscì municipale quanto quella auspicata dai moderati per il prevalere spesso in essa delle preoccupazioni per gli inte­ressi dello stato sardo. Comunque si voglia giudicare (e non certo positivamente) il governo del Guerrazzi a Firenze, non si arriva a giustificare l'intransigenza mostrata verso di esso dal Gioberti fino ad assumersi il compito (rifiutato però dal Granduca) di rimettere sul trono Leopoldo II, nello stesso modo in cui aveva proposto a Pio IX di inviare qualche migliaio di soldati piemontesi nelle Romagne. Il Gioberti, è vero, intendeva evitare possibili interventi stranieri in Italia e perciò riteneva di doversi presentare come il supremo moderatore delle cose, italiane; non si rese, però, conto dei Sospetti grandissimi che con tale atteggiamento attirava verso il governo di Torino.
La decisione dell'intervento in Toscana fu hi causa della caduta del ministero Gioberti; essa provocò, infatti* una frattura in seno al gabinetto presieduto dall'autore del Primato con le dimissioni del Rattozzi cui, inevitabilmente, seguirono quelle del presidente del Consiglio. Carlo Alberto aveva sopportato senza molta convinzione l'ultima decisione del Gioberti e non ebbe difficoltà quindi ad accoglierne le ammis­sioni affidando V intorba, della presidenza al generale Chiodo. Secondo il Di Nolfo, Carlo Alberto si mostrò avverso alla dispersione delle energie dello Stato per conservarle tutte per la guerra contro l'Austria; Il Re di Sardegna non pensava di ricavare dal­l'intervento in Toscana alcun vantaggio diretto per 11 suo Stato.