Rassegna storica del Risorgimento

LANDI FRANCESCO
anno <1960>   pagina <189>
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// generale Francesco Landi
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l rebbc dire che sia stala fortuna, per la Sicilia e per l'Italia, che quel regime non abbia sopra vissuto ad un effimero trionfo. ')
Poiché questo era il sentimento comune, parve ai siciliani intollera­bile sopruso la riunione dei due Regni, riconosciuta nel 18X5 dal Con­gresso di Vienna. Ma, a ben guardare, il progresso dei tempi era allora rappresentalo dalla monarchia borbonica, e non dai siciliani. La formula Re del Regno delle Due Sicilie non conteneva, come talnno disse, un pleonasmo* 2) ma rappresentava il superamento d'una situazione inso­stenibile ereditata dal medioevo. Se la Sicilia in mano altrui poteva rap­presentare una cittadella nemica contrapposta al Regno di Napoli, la Sicilia chiusa nel suo vieto particolarismo, dominata da una potente no­biltà feudale, senza forze adeguate per realizzare una vera indipendenza, sarebbe stata condannata a rappresentare nell'Europa del secolo XLX uno sterile anacronismo. Non erano soprusi quelli che il Governo borbonico compiva introducendo in Sicilia il codice napoleonico, il diritto ammi­nistrativo francese, la liquidazione dei diritti feudali : ed è tutt'altra que­stione, che in Sicilia, come nel continente, taluni vizi profondamente con­naturati a quel regime rendessero frustranei, nell'applicazione concreta, orientamenti spesso lodevoli, e leggi quasi sempre buone.
Sicilia e Continente avrebbero avuto, in sostanza, verso il regime borbonico, uguali motivi di consenso e di dissenso: un'azione comune sarebbe stata vantaggiosa per l'una e per l'altro, e del resto il Governo di Napoli non aveva mai spinto alle estreme conseguenze l'unione, poiché aveva lasciato all'isola una forma di decentramento che avrebbe potuto essere efficacemente svolta, se interpretata da ambo le parti con lealtà e senza sospetto, e taluni veri e propri privilegi (esenzione dal servizio mi­litare obbligatorio e dai monopoli fiscali). Invece, le due parti del Regno continuarono a guardarsi con più o meno aperta ostilità: e, nel 1820 e nei 1848, si vide la Sicilia, incapace di condurre efficacemente a termine una propria rivoluzione, contribuire invece, più o meno volontariamente, al fallimento delle rivoluzioni di Napoli. La Sicilia era divenuta così
*) Impressioni d'un contemporaneo sono quelle del PAI,MIGRI, op. cit., che fu deputato al Parlamento siciliano del 1812 e caldo sostenitore dell'indipendenza della Sicilia da Napoli; giudizio in gran parte favorevole sulle tendenze se non sui riaul. tati pratici del movimento è quello del De STEFANO, Storia cit., p. 322 sgg. Ma il giudizio che esprime lo BIOBBO PALMIERI, op. cit* p. 304 sgg. sulle riforme ammutì-atrative introdotte in Sicilia dopo il 1815, e perfino sull'abolizione dei feudi (che, secondo l'A., avevano gettato da per tutto le butti della liberti dei popoli 1 >) (limosini quanto singolari fossero i concetti di quei <liberali , Per IH persistenza di tali ten­denze sotto il Governo provvisorio del 1848, v. C. PISACANE, Gnarra combattuta in Italia negli anni 1848 e 1849, Milano 1906, p. 211.
3) ANONIMO, Introduzione a PAI.MIEIU, op, eh., n>. XL.
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