Rassegna storica del Risorgimento

STORIA MILITARE
anno <1960>   pagina <206>
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Mario Sanciprìano
le regole che la dottrina militare ammanisce sono troppo condizionate da tutte le premesse di carattere non tecnico, per poter essere considerate davvero come tali; ed elemento primo della condotta di guerra sono il carattere e la vigorìa creatrice dello spirito .
Tutte queste ragioni devono, però, essere confrontate con quelle opposte,, dimostrate da coloro che trovano una maggior forza morale nella sconfitta e proprio dalla sconfitta assurgono alle più alte affermazioni della resistenza e del valore, come spesso è accaduto nella storia, così che se ne può concludere che non è la guerra per sé ad istituire la forma del valore, bensì che il valore, specialmente il valore morale, ha il potere di condurre la guerra e la pace al compimento dei loro legittimi fini. *)
E ancora, secondo Carlo De Cristoforis ricordato ampiamente per la sua teoria della massa - la guerra non è più una cosa congetturale, il regno dell'incertezza, dell'imprevisto: la guerra è una scienza morale: il De Cristoforis non si stanca mai di ripeterlo. La massa sta unita per forza morale assai più che per forze meccaniche (ai suoi tempi questa norma aveva un'applicazione più diretta che ai nostri): egli cita lina lettera di Napoleone al fratello Giuseppe, re di Spagna (1808): alla guerra tre quarti sono affari morali; il bilancio delle forze reali non vi è che per un quarto .2) Ma in realtà il principio morale che inerisce al principio sommo della massa si riduceva spesso alla constatazione che l'uomo è istintivamente portato ad accostarsi al suo vicino, poiché il contatto di gomiti gli dà la sicurezza e da questo contatto viene appunto la solidità della massa. Malgrado l'asserzione che la massa è forza più morale che mecca? nica, la massa per De Cristoforis agisce e si muove secondo un concetto di disci­plina esteriore.
Nell'esame delle componenti politiche, si distingue poi Nicola Marselli, fra gli autori più recenti che hanno scritto intorno alla guerra. Egli precisa che la politica può intervenire anche sul campo di battaglia, sentenziando che essa deve dominare la guerra non come sovrana assoluta, ma come regina costi­tuzionale la quale comprende la natura dell'ente su cui regna e ne rispetta i bisogni. Di conseguenza la guerra è uno strumento della politica e come tale ne dipende, ma ha la sua individualità che vuole essere rispettata. Parimenti il Clausewitz affermava: l'arte della guerra può esigere in linea di massima che le tendenze e i disegni della politica vengano a trovarsi in contraddizione con tali mezzi (gli altri mezzi, quelli della guerra) e il comandante in capo può esigerlo in ogni caso . Ma è evidente qui che una politica in contrasto con i mezzi che adopera sarebbe una pessima politica, come acutamente il Pieri chiude la discussione su questo argomento.
L'azione bellica, dunque, è tutta contessuta di forze politiche ed anche di valori morali, come spiegava già il Machiavelli, ohe valorizzava l'elemento umano e la virtù del soldato capace di trovare l'oro, mentre Poro non è suffi­ciente a formare il buon soldato: precètto centrale di tutto l'importante capitolo dei Discorsi (II, 10) intitolato: I danari non sono il nerbo della guerra, se-
') Or. M. F. SCIA ce A, Come ti vinse a Waterloo, Milunu, 1958 e anche M. SANCÌ-PRIAMO, Umanità dui prigionieri, in Humanitas, 1958, ti. 12. ) CP, 219.