Rassegna storica del Risorgimento
ARCHIVI ; CIVITAVECCHIA
anno
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1960
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pagina
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241
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La Cantera di Commercio di Civitavecchia 241
Ma forae ciò che più interessa nel decreto istitutivo che portala firma del Camerlengo della S. R. C, allora cardinal Galleffi, è l'intento con cui si concede l'istituzione della Camera e la delimitazione delle sue funzioni.
Scrive, cioè, il Camerlengo Richiedendo il bene del commercio e delle manifatture dello stato che nejlla città e Porto franco di Civitavecchia sia eretta una Camera dì Commercio... la quale possa e debba colla sua vigilanza e suoi consigli promuovere il buon andamento e la prosperità... . E, successivamente all'artìcolo 4, se ne riconosce il carattere di organo consultivo. Sarà officio di essa Camera d'informarsi, vegliare e ragguagliarci dell'andamento del commercio, arti e manifatture, degli ostacoli che si frappongono al loro prosperamento e dei mezzi più acconci per farli viemeglio fiorire .
Ma con l'andar del tempo i compiti della Camera di Commercio andarono sempre più. estendendosi: e non solo quelli di carattere sindacale e rappresentativo, ma le furono affidate anche mansioni tipiche di vero ufficio statale.
Così la concessione di licenze di esercìzio, l'anagrafe delle ditte commerciali, la limitazione e la riscossione di tasse inerenti al commercio come per la tassa collatico di cui si dirà in seguito. Provvedeva inoltre parzialmente alle spese e al mantenimento del Tribunale di Commercio e i giudici ne erano prescelti dal delegato apostolico 'fra i suoi membri.
Difficile, anche a causa della frammentarietà della documentazione rimasta, sarebbe il ricostruire dettagliatamente l'attività della Camera nei suoi primi anni di vita: e ciò del resto sarebbe lontano dal nostro proposito. Ci si vuole infatti limitare ad alcuni cenni sulle principali iniziative prese dall'Istituto nell'espletamento del suo compito e ad alcuni atteggiamenti che, se anche traevano origine da ragioni economiche, risultavano in definitiva di carattere squisitamente politico.
Una delle maggiori preoccupazioni e fonte di lavoro per la Camera fu fin dall'inizio la tassa-collatico. Era questa una imposta vera e propria (almeno nel senso tecnico della parola che non vi corrispondeva certo un servizio da parte dello Stato verso il contribuente) che traeva ragion d'essere dalla istituzione in Civitavecchia del portofranco, e che troviamo applicata, almeno con tale nome, solo nei porti franchi e città di Civitavecchia ed Ancona. Le franchigie portuali infatti erano state conservate, nonostante le minacce di abolizione da parte del governo che si diceva costretto a tale provvedimento dalla necessità di reprimere il contrabbando e, mancando gli introiti doganali, a causa delle spese per la sorveglianza del posto che costituivano un eccessivo, aggravio per l'Erario.
Per distornare dalla città tale sciagura che avrebbe abbattuto il già languente commercio, Civitavecchia si offerse di contribuire alle spese per le visite doganali rese necessarie dalle frodi e così ottenne che la franchigia rimanesse, ma che divenisse onerosa per un'imposta che gravava sulle merci all'atto dello sbarco. Così con atto del Camerlengo Card. Gallefli, in data 29 gennaio 1828, fu stabilita la tassa-collatico., a simiglianza di quella già da molti anni vigente in Ancona; chiamata così, forse, perchè il suo ammontare era determinato non solo in base al valore della merce, ma anche al volume di ciascun collo. Né all'inizio fu eccessivamente gravosa: basti pensare che una cassa di agrumi pagava meno di un balocco, le mandorle 25 baiocchi per ogni botte e il caffè 25 baiocchi al barile. Ma non ne erano esenti nemmeno le merci povere come il baccalà che pagava però un solo baiocco per ogni 1000 libre. Almeno que