Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ; CIVITAVECCHIA
anno <1960>   pagina <261>
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iÀbìi e periodici 261
ricavarsi soltanto dal confronto fra codesta pubblicistica e l'ambiente reale a cui vorrebbe applicarsi, o, ancora, fra i provvedimenti di governo discussi o adottati ed il risultato della loro applicazione*
In questa luce, le ritornanti proteste per Tel imiazione del vacabili o contro ì privilegi fiscali sono probabilmente una testimonianza di insofferenza negli ambienti più illuminati, ma anche del perdurare anacronistico di forme di amministrazione che solo la ventata di fine secolo potrà incrinare. Il succedersi affannoso nello Stato della Chiesa, lungo tutto il secolo, di alti dazi d'importazione e di improvvisi editti libera lizzatori, di tariffe commerciali alte o basse su singoli generi, pare il segno dell'im­possibilità di tenere il passo col mercato estero. Il nascere di numerose congrega-rioni ed istituzioni destinate a riformare l'amministrazione pubblica (quella finanziaria in ispecie), che nel volgere di pochi anni o di mesi sì spengono o vengono superate da altre, uon è seguo, a nostro giudizio, di slancio riformatore, qnanto piuttosto di un disagio al quale non si riesce a mettere organicamente riparo.
Occorre dunque tendere a riconnettere continuamente fra loro gli aspetti ideologici, o anche semplicemente legislativi e regolamentari, e le conseguenze sulle strutture economico-sociali, così come il Dal Pane sollecita. Su questa via lo studioso può oggi servirsi di tecniche di ricerca, tanto quantitativa che qualitativa, capaci di portare nuovi lumi su fenomeni come movimento della proprietà e dei prezzi, entità e significato delle correnti commerciali, natura dei capitali e del credito nei vari periodi. Anche il confronto con situazioni di altri paesi, nei quali già si delinea in quegli stessi decenni il nascere di una industria e di un ceto capitalistico che radicai mente si distaccano da quelli dei secoli precedenti, diventa allora illuminante per comprendere l'assillo che vi era a rompere l'immobilismo, a sostenere la concorrenza con le nazioni più progredite.
Siamo insomma giunti in un punto dove si possono affacciare ipotesi, avanzare riserve, ma dove il lavoro è in gran parte da svolgere, e quindi anche i nostri rilievi si devono arrestare. Solo vorremmo ancora aggiungere, su di un aspetto che il Dal Pane non ci sembra abbia finora messo in evidenza, un'annotazione che può forse servire, nel procedere degli studi, ad evitare equivoci nella valutazione del Sette­cento pontificio (e ci pare che qualche cosa di simile osservi il Venturi nella relazione aJl*XI Congresso internazionale di scienze storiche, che ora leggiamo, voi. TV, p. 116).
Pnò accadere, infatti, che sotto il titolo di riforme si intendano due fenomeni abbastanza diversi, anche se intrecciati contìnuamente. Si deve cioè ben distinguere quello che è il processo di strutturazione di uno Stato moderno accentrato, estremamente fiscale, burocratico, pieno d'ingerenze in ogni campo delle attività associate processo che è comune a tutte le Monarchie, a venir almeno dal Cinque­cento; e al contraria il delinearsi di una economia moderna, fondata su di uno sviluppo capitalistico regolato da leggi sue proprie che spezzano quelle dell'antico regime. Nel primo caso si tratta di un fenomeno che solo impropriamente potrebbe chiamarsi riformatore, e che corrisponde alla logica del formarsi di grandi Stati patrimoniali, dell'erosione del particolarismo feudale, dell'aumento demografico e commerciale d'ogni paese, rispetto al quale semmai gli Stati italiani si trovano nel secolo XVII rial più al meno tutti in ritardo. Solo al secondo ordine di fenomeni, inquadrati in un programma illuministico a e in un pensiero economico qualitati­vamente originale, si addice propriamente, invece, il nome di riformatore, nel senso tipico, storicamente, per il Settecento europeo.
La verifica di ciò che accadesse nello Stato pontificio non solo quanto a sforzo dì modernità e di centralizzazione (che certo fu molto), ma quanto a liberazione di nuove energie economiche e civili fondamentali (e forse molto non fu), ci sembra 11" jpompito più serio tuttora aperto davanti allo studioso. Un compito al quale il volume pubblicato, da Luigi Dal Pane utilmente ci approssima e ci invita.
ALAKOTO CARACCIOLO