Rassegna storica del Risorgimento
ARCHIVI ; CIVITAVECCHIA
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1960
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262
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262 Libri e periodici
AGGELINE H. LOGRASSO, Piero Maroncelli (Quaderni del Risorgimento, 11-12); Roma. Edizioni dell'Ateneo, 1959. in 8, pp. 293. L. 2.000.
una biografia chiara, obiettiva, ricca di nuovi elementi, desunti da laboriose e accurate ricerche in biblioteche e in archivi italiani e stranieri, di Piero Maroncelli, il martire della nostra indipendenza, le cui azioni son state per lo più snaturate da incomprensioni, da preconcetti e, soprattutto, dalla tendenziosa acrimonia dell'interesse politico.
Il Maroncelli, nato a Forlì il 21 settembre del 1795, secondo quanto narra l'A. nel primo denso capitolo dedicato alla sua formazione giovanile, manifestò sin dall'infanzia un'intelligenza vivacissima, di una precocità quasi sorprendente. In effetti già a otto anni aveva scritto alcuni scherzi poetici e a dodici aveva composta mia messa per orchestra che diresse egli stesso tra la stupita ammirazione dei presenti. CU fu facile pertanto, poiché era di famiglia povera (il padre faceva il sensale), terminato il ginnasio nel seminario cittadino, ottenere di essere mandato a Napoli, a spese di un istituto di beneficenza, per perfezionarsi, nel Reale Collegio San Sebastiano, nella musica, nelle lettere, ma, particolarmente, nella poesia, ch'egli stimava, allora, la più alta delle arti e che rappresentava, per lui, l'aspirazione maggiore. E a Napoli, ove ebbe maestri insigni, egli si distinse ben presto oltreché nel contrappunto, di cui dette sin d'allora saggi eccellenti, nello studio delle lingue, della metafisica e della letteratura ch'egli continuò a coltivare anche in seguito, per tutta la vita.
Ma nel collegio si era costituita, poco dopo ch'egli vi era entrato, una società massonica intitolata: La colonna armonica (era il momento in cui nel Napoletano andavano sorgendo numerose logge massoniche) e il nostro giovinetto, poco più che quattordicenne, ardente com'era di cnore e generoso, convinto di far cosa utile per la libertà della patria oppressa dalla tirannide, vi si inscrisse non solo, ma vi venne eletto senz'altro apprendente e maestro, ma (e qui sta il punto) senza che egli si rendesse conto dei fini precisi delle società segrete, né tampoco del loro carattere anarchico e antireligioso, in perfetto contrasto con il suo insito sentimento cristiano che egli professò apertamente, sia pure con molte idee confuse, sino alla morte. Scoperta l'associazione, il Maroncelli, con altri molti compagni, fu cacciato dal collegio. E da quel giorno fu segnato il suo destino. Non dimenticò la musica e la poesia (della sua attività letteraria e musicale son conservati tutt'ora non pochi manoscritti, in buona parte inediti); ma la sua operosità più fervida fu data alla politica. Sappiamo che a Bologna, poco dopo il suo allontanamento da Napoli, fondò laPt-ledonica, il cui statuto fu ritrovato più tardi, dalla polizia, e che a Forlì, essendo tornato alla casa paterna, benché fosse noto come carbonaro, non cessò dal fare propaganda senza alcun mistero, tanto che le autorità pontificie con il pretesto di un poemetto in terzine scritto per la festa di San Giacomo, in cui velatamente si accennava alle speranze per una prossima redenzione dell'Italia fecero perquisire la sua casa; poiché vi furon rinvenuti documenti compromettenti, egli fu arrestato e detenuto nella famosa fortezza La Rocca, e circa due mesi dopo tradotto a Roma, non tanto per conoscere esattamente le ragioni che lo. avevano spinto a scrivere il componimento poetico, quanto per indagare minutamente quali rapporti egli avesse con i settari, perché a Roma si dubitava che I rivoluzionari romagnoli agissero di comune accordo con quelli di Napoli. Sui lunghi interrogatori da lui subiti gli storici detrattori della fama del Maroncelli han proferito le solile accuse: clic egli cioè si comportò vilmente, denunciando, tra gli altri, il fratello e il cognato che faceva parte, a Forlì, della Vendita dell'Amaranto: ma la Lograsso, con ampie prove ricavate dai fondi della biblioteca comunale e del Musco forlivese o particolarmente dalle carte finora sconosciute, relative al processo, dell'Archivio di Stato di Roma, dimostra che il Maroncelli non foce assolutamente nessuna delazione, anzi ai difese molto abilmente, naturalmente se si considera (osservazione molto acuta della A., di cui si ha da tenere conto per giudicare di lui nei successivi avvenimenti) che egli era alieno da ogni intrigo politico e, maggiormente, dagli accorgimenti del cospiratore. La unica confessione ch'egli fece fu di aver appartenuto alla Società Filedonica e che se essa conteneva del male era più nell'apparenza che nella sostanza; comunque si dichiarava pentito e prometteva di non più scrivere nulla che servisse a destar scandalo o a condurre