Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ; CIVITAVECCHIA
anno <1960>   pagina <266>
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2Ó6 Libri e periodici
il più grave errore che potesse mai compiere l'Austria, e cioè Parreste del Manin e del Tommaseo, deferiti al Tribunale per avere, con i loro scritti, ispirato nelle cittadinanza la diffidenza verso lo Stato; Le pubbliche reazioni che ne seguirono, non paragonabili, però, per nulla a quelle di cai dettero prova i Milanesi nei giorni che precedettero la rivoluzione delle Cinque Giornate, furono a Vienna giudicate così gravi che il Consiglio dei ministri si decise non solo a liberare i due prigionieri (e il fatto diede luogo a un trasporto indicìbi le e a un'ebrezza generale >, come scrive un contemporaneo, presente all'avvenimento), ma persino a pronunciarsi per un sistema di concessioni e per una nuova organizzazione del Regno .lombardo-veneto. Ma (e son cose note) il governo austriaco fu travolto prima di poter concretare -i provvedimenti che già stava meditando; è il 22 marzo del '48 Venezia si trovò improv­visamente, contro ogni aspettativa, padrona del proprio destino. Il giorno dopo fu restaurata l'antica repubblica di San Marco, per acclamazione popolare, e a capo di essa fu pubblicamente chiamato il Manin: restaurazione' che in verità genero un equi­voco che graverà sul primo governo Manin per tutta la sua durata e si ripercuoterà su tutta la sua attività (e di esso si deve tener conto per comprendere l'ulteriore svolgimento degli accadimenti); poiché il Manin, fedele alla sua concezione che l rivoluzione della folla radunata in piazza il 22-23 marzo doveva essere la fonte di ogni diritto e pertanto la repubblica, rinata dalle ceneri del 1797, doveva riaver le sue vecchie forme e la tradizionale separazione, negherà in forza di questa presunta legalità la possibilità di qualsiasi allargamento del governo per accogliervi i rappre­sentanti delle province e non ammetterà per nessun motivo la necessità di elezioni regolari (donde i dissidi continui tra Venezia e i Veneti); la maggioranza, invece, dei membri governativi accetterà la forma repubblicana come una soluzione tempo­ranea e, non appena muterà la situazione per la liberazione di Milano e l'intervento di Carlo Alberto, insisterà per una consultazione popolare, convinta che ormai la popolazione sarà in gran parte favorevole ad unirsi con la Lombardia. La resurrezione della vecchia repubblica non incontrò per altro l'approvazione né dei grandi Stati liberali dell'Occidente, i quali compresero benissimo che non avrebbe potuto tal forma di governo sopravvivere a lungo, uè degli Stati italiani, preoccupati per un regime che si appellava repubblicano, e neppure, per ragioni varie, degli stessi maz­ziniani e dei federalisti. Ma particolarmente forte; fu la reazione suscitata negli ambienti del governo provvisorio di Milano, timoroso che la decisione di Venezia rendesse impossibile la creazione di uno Stato unico sufficientemente esteso e solido, monarchico o repubblicano che fosse. Solo, all'opposto, il governo sardo, tradizional* mente monarchico (ed è un fatto più unico che raro nella storia delle relazioni diplomatiche, come giustamente afferma il Depoli) si affrettò a riconoscere, con la nota diretta al governo provvisorio di Venezia del 31 marzo '48, la repubblica appena proclamata senza nemmeno attendere una comunicazione ufficiale proferendole quelle relazioni di buona amicizia e quei soccorsi materiali per il conseguimento della totale italiana indipendenza, che, secondo l'espressione sublime di Carlo Alberto, il fra­tello deve al fratello*-'l'amico all'amico (cran le stesse parole del proclama del 21 marzo); e per stabilire gli intimi rapporti tra i due Stati, annunciava la decidono di spedire a Venezia un incaricato straordinario. in effetti il 13 aprile vi giungeva il genovese Lazzaro ftebizzo (i cui dispacci inediti dall'aprile ai primi di giugno son raccolti in appendice al secondo volume dell'opera del Depoli) e il giorno di poi il generale Alberto La Marniera, allo scopo di coadiuvare il governo veneto nell'ordi­namento e nel romando dell'esercito. E tutto ciò si spiego, secondo il retto giudizio del Depoli, non solo perchè il Piemonte non si trovava di fronte ad un successo della politica mazziniana o dell'influenza francese, ma perchè considerava utile la possibilità di nna cooperazione con la ricostituita repubblica, preferibile al pericolo di un regno costituzionale (pericolo che si 'prospettava) più o meno austriaco che avrebbe potuto anche dot Veneto tendere alla Lombardia. Sorge in tal modo Knìpegn'ó morule per il Piemonte di estendere la sua azione militare, anche se non rirhlesta,