Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ; CIVITAVECCHIA
anno <1960>   pagina <267>
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Libri e periodici
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al di là della Lombardia; tonfò che il proclama lanciato da Carlo Alberto da Lodi il 31 marzo è- rivollo esplicitamente agli Italiani della Lombardia, di Venezia, di Piacenza e di Reggio, anche se (sia ben inteso) il Re si rendesse ben conto deb. l'impreparazione del- suo esercito per iuta offensiva! di cosi vasta portata né pensasse punto, in quei frangenti, a distaccare contingenti di troppe nel Veneto, il etti accesso, come si sa, era bloccato dalle fortezze del Quadrilatero. Cadono pertanto le accuse passionate che si ritrovun spesso ripetute anche da storici recenti, che non avrebbe il Re mai pensato a spingere il suo esercito al di là del Mincio o, peggio, che egli avrebbe sin dall'inizio delle ostilità divisato di sacrificare Venezia: accuse d'altra parte assurde (anche se non chiara appare, neanche oggidì, quel fosse allora la politica di Carlo Alberto), sol che si ricordi che comunque la guerra era stata intrapresa con il programma ambizioso di cacciare gli Austriaci al di là delle Alpi e con la speranza (son le parole del ministro Pareto al Casati) che i fratelli della Lombardia e della Venezia formino d'ora in avanti con noi una sola famiglia, Tina piccola parte di quel tutto in che deve consistere l'unione d'Italia . E, ancora, non si deve dimenticare che era espressione usuale in quegli anni, accennando alla Lom* bar dia, intendere di parlare di tutto il Regno (cosi, ad esempio, il proclama indiriz­zalo ai popoli della Venezia conteneva la stessa frase di quello indirizzato ai Lom bardi, e cioè adressé aux Lombards ). E si aggiunga infine che, qualunque fosse lo slato d'animo del Piemonte riguardo al problema dell'Alta Italia (l'osservazione, al proposito, del Depoli mi par degna di rilievo), non si poteva assolutamente pre­scindere dall'atteggiamento dei Veneti ed era perciò desiderabile che la Venezia non restasse disgiunta dalla Lombardia e, soprattutto, non si adagiasse alle concessioni . dell'Austria,.
Prima però dell'arrivo a Venezia del Rebizzo il governo provvisorio aveva deciso L'invio al campo di Carlo Alberto del conte Giovanni Cittadella (invio clic per altro fu deliberato dal Consiglio dei ministri dopo non poche esitanze, poiché ogni di­scussione fu dominata, da parte del Manin e, particolarmente, da parte del Tommaseo, dalla diffidenza verso il Piemonte); ma, contrariamente alle recise insistenze di alcuni studiosi attuali, la missione non ebbe punto il compito di invocare soccorsi a Carlo Alberto, soccorsi- èhoi a detta dei connati studiosi, sarebbero stati negati. 11 vero è invece che non si pensò per nulla, almeno in un primo tempo, di avere un rappre­sentante stabile presso il Re (e ne dà prove ben documentate il Depoli), perchè egli era considerato unicamente un mero alleato venuto senza condizioni in aiuto ai LombardoVeneti per concorrere alla causa comune di espellere l'Austria dal suolo italiano né d'altra parte si credeva necessario invocare alcun soccorso (e qui è l'errore innesto commesso dal Manin che inciderà sulle prossime sventure della ri­nata Repubblica), poiché il governo convinto, dopo che le truppe austriache si erano ritirate vo 1 on lari amente, che fosse scomparso ogni pericolo ormai, non provvide affatto ad un'acconcia difesa della città per qualsiasi futura evenienza. E così si lasciarono disperdere senza la minima cura i 35 mila moschetti (se non più) eli!- vi; aye-vano lasciati gli Austriaci (molti furono rubati e molti furono nascosti) e E reparti italiani, che già facevon parte della guarnigione (erano quattro mila soldati ben addestrati) furono, con leggerezza incredibile, congedati; sicché il Veneto età rimasto dei tutto indifeso, perchè 1 volontari, cui mancava un nucleo di truppe regolari, istruite e disciplinate* non costituirono in realtà che una massa disorganica, facile n lasciarsi andare a sbandamenti inconsulti. Ma Carlo Alberto non si lasciò ingannare dalle illusioni della Repubblica e, consapevole dell'insufficienza delle tue frappa prese parecchi provvedimenti, su cui si sofferma minutamente P.A., desti­nati ad assicurarne la difesa. Purtroppo tutto fu inutile, polche (ed è noto) non fu possibile fermare l'avanzata dell'esercito austriaco tornato con rinnovate forze alla riscosso, ricche il Veneto, pezzo per pezzo, cadde nuovamente in mano del nemico. Ma la colpa maggiore dal partito repubblicano (e l'accusa è sostenuta ancora da qualcuno oggidì) fu attribuita a Carlo Alberto. Egli avrebbe intenzional monte tradito,