Rassegna storica del Risorgimento

ANTONELLI GIACOMO
anno <1960>   pagina <321>
immagine non disponibile

Ant ottetti Giacomo, cardinale 321
U Consiglio di Roma (non pubblicato) e le ripetute proteste contro la Repubblica Romana. Quando nell'intervento delle potenze cattoliche prevalse l'indirizzo della Francia, l'A. ispirò la politica di resistenza pas­siva e di inerzia di fronte ai consigli francesi. Occorreva dare al mondo l'impressione che l'aiuto militare non poneva in balìa della Francia il papato: politica perseguita con tenacia fino al 1870 e che esasperava Napo­leone III; il quale doveva constatare molti anni dopo che tutto l'appoggio dato alla Chiesa non aveva menomamente accresciuto la sua influenza presso la Curia. La lettera del principe presidente ad Edgardo Ney (18 ago­sto 1849) fu il primo sintomo del malcontento francese. Ma ciò non turbò "A., che ritardò il più possibile il ritorno del papa a Roma, e dopo la deci­sione di lasciar cadere il regime costituzionale, tenne a bada i consiglieri di riforma e di rinnovamenti col motu proprio del 12 settembre 1849, con cui si concedevano un Consiglio di Stato su questioni amministrative, una Consulta per materie finanziarie, si confermavano i Consigli provinciali e si promettevano autonomie amministrative comunali, con allargamento di suffragio. Questo motuproprio era però destinato a restare in gran parte lettera morta,'e ancora nel 1859 servì di base per le rimostranze dei liberali. Intanto da Gaeta, d'accordo con Ferdinando II, l'A. tentava di pro­vocare il crollo del regime costituzionale in tutta l'Italia, levando tenaci resistenze contro il Piemonte che voleva modificare il suo regime eccle­siastico per adattarlo allo statuto. Invano il Piemonte mandò tre amba­scerie straordinarie a Gaeta e a Portici (Rosmini, Balbo, Siccardi). La politica tergiversante dell'A. frustrò tutti i tentativi diplomatici mentre il partito clericale in Piemonte e in Savoia si dava ad oscuri intrighi. La conclusione di tale politica furon le leggi Siccardi e il consolidamento costituzionale del regno subalpino: fatto capitale che doveva render vana la politica reazionaria dell'Antonelli. Il quale rientrava in Roma con Pio IX (12 aprile 1850) e subito dopo veniva nominato Segretario di Stato. La situazione non consentiva nessuna soluzione. Nelle Legazioni e nelle Marche comandavano gli Austriaci; in Roma i generali francesi si comportavano da proconsoli. La lotta politica da parte dell'elemento popo­lare ai svolgeva con una serie di attentati, di uno dei quali per poco non restò vittima lo stesso A., il 12 giugno 1855. L'autore di esso, il cappellaio Antonio Defelici, fu mandato a morte l'I 1 luglio, per quanto tutto lo facesse ritenere un povero pazzo. Il partito moderato, tradito nel 1848, entrava nell'orbita d'attrazione del Piemonte, ove il Farmi divenne ministro. Un tentativo di dare alla reazione un significato e a cui aderì l'A. fu la proposta del ministro toscano Baldasscroni di una confederazione degli Stati ita­liani tranne il Piemonte e l'Austria; ma fallì per l'opposizione di Ferdi­nando II. La reazione rimase senza alcun appoggio interno oltre le forze straniere. Per arruolare soldati nell'esercito pontificio l'A. dovette rinun­ciare al titolo di moralità delle reclute. E quando fu ripristinato il governo