Rassegna storica del Risorgimento
ANTONELLI GIACOMO
anno
<
1960
>
pagina
<
322
>
322 Adolfo Omodeo
in una forma del tutto consimile a quella del periodo di Gregorio XVI, egli non dissimulò il suo scetticismo sulla situazione. Tuttavia, tenne sempre risolutamente il potere, con durezza, lasciando cadere i consigli francesi, allontanando dal papa ogni influenza estranea, anche quella del Sacro Collegio. Forse ciò non dispiaceva al papa, che dal 1846 al 1848 aveva fatto prova della sua debolezza di carattere di fronte al mondo e desiderava stare al riparo del suo Segretario di Stato. L'A. poi sfruttava il potere per crearsi un gran patrimonio. Già a Gaeta, secondo i rapporti della polizia napoletana, egli veniva accusato dai prelati della Curia di percepire un sussidio di 8.000 ducati annui dal re di Napoli. A Roma ebbe parte influente nelle concessioni delle ferrovie e degli altri lavori pubblici. Si parlò di una sua compromissione per 100.000 scudi nello scandalo delle concessioni ferroviarie alla ditta Mfrès. I suoi fratelli avevan posti eminenti nella Banca Romana. Alla sua morte il suo patrimonio personale ammontava ad 80.000 scudi. Inoltre, Roma era piena delle avventure galanti del cardinale Segretario di Stato.
Tutto ciò doveva favorire quella campagna diplomatica e politica contro il potere temporale, che nel Congresso di Parigi venne inaugurata dal conte di Cavour. E alla politica del Cavour si unì il malcontento di Napoleone IH. Contro questa coalizione le tergiversazioni stile turco delTA. non potevano durare a lungo. Ad aumentare il discredito, nel 1858 sopravvenne il ratto del fanciullo Mortara che fece impressione in tutta l'Europa.
La situazione d'inerzia fu rotta dalla guerra del 1859 e dal conseguito distacco delle Ro magne. All'A. non restò che protestare e lasciare sfogare pubblicamente Pio IX, con non lievi ripercussioni sull'opinione cattolica francese, specialmente alla fine del 1859, in occasione dell'opuscolo Le Pape et le Congrès. Nella primavera del 1860 seguirono le annessioni delle Legazioni al Piemonte. Intanto in Curia si manifestava una reazione all'inerzia scettica dell'A. Monsignor De Mérode, ministro delle armi, proponeva una nuova politica: non le potenze cattoliche, ma i cattolici dovevano essere chiamati a tutelare il potere temporale. L'Antonelli lasciò fare, e il focoso monsignore belga organizzò l'esercito cattolico internazionale del Lamoricière. Ciò non impedì* data l'impresa di Sicilia di Garibaldi, la posizione difficile in cui la cessione di Nizza e Savoia e l'agitazione clericale mettevano Napoleone III, che l'espansione del regno italiano investisse le Marche e l'Umbria e l'opera del De Mérode naufragasse a Castelfidardo.
Riprese il sopravvento la politica dell'A., il quale riesci a mandare a monte i tentativi del Cavour per una rinunzia ai residui del potere temporale sulla base Libera chiesa in libero stato. L'atteggiamento dell'A. fu mutevole e ambiguo. Parve consentire alle aperture di trattative suggerite a traverso il cardinale Santucci dal Pantaleoni fiduciario del Cavour, ma esplorate le intenzioni degli avversari, fatto un contro tentativo su altre basi per mezzo di due oscuri agenti, l'Aw. Aguglia e l'abate Isaia,