Rassegna storica del Risorgimento
LANDI FRANCESCO
anno
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1960
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pagina
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338
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338
Guido Landi
di quelli che poi si dissero i picciotti, non si è ancora data una risposta. Bisognerebbe invece dimostrare che il gen. Landi si era immaginato una situazione inesistente: falsa l'insurrezione, falso il taglio dei telegrafi, falso lo sbarramento delle strade, inesistenti o innocue le bande, talché non la situazione gli si sarebbe imposta, ma egli stesso col suo comportamento l'avrebbe determinata o per lo meno fatta precipitare. Ora, tutto questo è insostenibile. Abbiamo visto che dal 4 aprile, cioè da più di quaranta giorni, le truppe erano impegnate in continui conflitti coi rivoltosi. Le comunicazioni erano tanto malsicure, che i corrieri passavano a stento, o addirittura cadevano nelle mani dei ribelli. Le bande tanto esistevano, e tanto erano combattive, che, malgrado il disarmo eseguito pochi giorni prima, le ritroveremo armate ed aggressive il giorno dopo, a Partinico ed a Montelepre. E la situazione non era valutata in modo diverso dal Comando in capo, se esso era venuto nella determi* nazione d'abbandonare la provincia, e di concentrare tutte le truppe attorno a Palermo. Nel giudizio che si è espresso su Landi, ha influito decisamente l'impostazione epica e leggendaria che si diede a quegli avvenimenti: un nucleo di prodi, condotti da un eroe, che urtano e travolgono un esercito in piena efficienza. Ma non si vuole sminuire una delle più belle pagine dell'unificazione nazionale, se si restituisce alle popolazioni siciliane la parte che hanno avuto nella vicenda. Questa non può essere valutata come un duello tra due avversari isolati: deve essere invece riportata nel suo quadro complesso, che è più politico che militare. Una parte e l'altra s'affrontò, come ai è detto, nella più vasta cornice d'un movimento. ' insurrezionale in pieno sviluppo. Garibaldi, grande condottiero e grande trascinatore di masse, seppe rivolgere a proprio favore tutti gli elementi utilizzabili, e li unificò in una sola, irresistibile corrente. I suoi avversari subirono la situazione, e finirono per esserne travolti: ma è estremamente mal certo che essa potesse essere rovesciata da un comandante isolato, al quale i superiori avevano concesso ben poca autorità e ben poca iniziativa, e che avrebbe dovuto assumere su di sé tutta la responsabilità di trasformare in azione offensiva il piano puramente difensivo che egli sapeva elaborato dal Comando in capo, e che gli era stato comunicato.
la questo giudizio, bisogna distinguere vari profili. Anzitutto, quello che risponde all'etica militare, che, giustamente, tende ad esaltare lo spirito aggressivo e l'iniziativa dei capi: da questo punto di vista, non si può negare che il gen. Landi non valutò se un colpo d'audacia avrebbe potuto essere vantaggiosamente sperimentato, e si senti troppo legato da ordini provenienti da un Comando lontano. In secondo luogo, bisogna