Rassegna storica del Risorgimento

CHABOD FEDERICO
anno <1960>   pagina <415>
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Libri e periodici 41 i>
tisino del .pretendente, mentre Pisacane difendeva contro gli opportunisti la demo-Grazia accusata d'impotenza e invitava gli avversari a scoprirsi, e specialmente gli ano­nimi; protestavano i reazionari, i conservatori, i municipalisti che vedevano turbalo l'ordine costituito o il potere temporale e diffidavano pure i moderati, nel timore di un'in­consulta avventura rivoluzionaria. Una precisazione del pretendente, suggeritagli dalla campagna ostile degli unitari monarchici, fu interpretata come una sfida al Piemonte. Probabilmente il noto articolo del De Sanctis sul Diritto del 5 ottobre era una risposta appassionata alle dichiarazioni del Murat: il grande critico negava, tra l'altro, che si do­vesse far risalire a re Gioacchino il filone della tradizione liberale del Mezzogiorno e ter­minava con un atto di fede al Piemonte che aveva dato una bandiera, nna tribuna, una Ubera stampa al sentimento nazionale. E, pure sul Diritto il Pallavicino respingeva ogni compromesso con i muraitiani e prospettava anche Ini la soluzione unitaria con la monar­chia dei Savoia e incitava il paese ad agire.
Durante le trattative di pace del '56 a Parigi le discussioni si spensero quasi del tutto; ma ripresero vigore nell'estate, quando ritornò sul tappeto il problema dei difficili rapporti del governo borbonico con la Francia e l'Inghilterra. L'irrigidimento di Ferdinando, unito all'intenzione ferma delle due potenze occidentali di non arretrare nell'azione, fece prevedere soluzioni estreme. La stampa, mentre tutti gli animi erano in attesa ansiosa, insisteva per una dimostrazione di forza che avrebbe incoraggiata una rivolta antibor­bonica foriera di conseguenze incalcolabili; ma a fomentare un moto nel meridione miravano particolarmente da una parte i repubblicani che non tolleravano più indugi nel cogliere il momento favorevole, convinti della necessità per il partito di mantenere l'iniziativa che stava passando sui tavoli delle conferenze diplomatiche; e dall'altra, i nmrattiani che mai furono attivi come in quei giorni, illusi dalle voci che correvano, in­controllate, di accordi segreti tra la Francia e l'Inghilterra, della riorganizzazione della legione polaccoungherese e della creazione di una legione franco-italiana, di un convegno, tra l'altro, a Ginevra, cui avrebbe partecipato anche, nientemeno, che Cavour ! Sui muri delle città fiorirono allora i proclami incitanti alla ribellione; nelle caserme circolavano inviti; si sperava che si sarebbero mossi anche i reclusi delle prigioni borboniche. Ma in realtà nessuno si mosse, poiché (e ne dà plausibili ragioni la A.), invero il murattismo, contrariamente a quel che ha fatto credere sinora la critica storica, non fu che un feno­meno artificioso, gonfiato e deformato in tutte le sue manifestazioni esteriori dalla cu­riosità e dall'interesse della pubblica opinione e dalla polemica dei partiti. I favorevoli al pretendente non erano che una minoranza, di scarso valore politico e di scarso se­guito. Adesioni e consensi non si avevano che nelle province soprattutto, e anche nel Regno; ma non si risolvettero mai in una forma attiva di azione, poiché mancavano i capi, gli uomini di prestigio, di esperienza, di consiglio e tutti gli avvenimenti erano falsati dall'isolamento del paese.
Si aggiunga che i Siciliani erano tutti contrari al movimento murattiano e che, se non apertamente contrari, per lo meno cauti e diffidenti furono di fronte ad ogni tentativo di agitazione la maggioranza degli emigrati napoletani, per lo più di tendenza moderata. Ma vi è un altro aspetto fondamentale del murattismo, che la Bartoccini ha cercato di depurare, in forza di una larga documentazione, dalle deformazioni delle polemiche del partito murattiano che dava artificiosa consistenza, per lo più, a vane ipotesi; e cioè, quanto cì fòsse di vero nella diffusa credenza* su cui si alimentavano, in particola!* modo, le speranze dei murattiani, che Napoleone III intendesse spingere sul trono di Napoli il cugino appoggiandolo ria sul piano segreto dell'intrigo, sia su quello palese della diplomazia. Non ci è possibile seguire la A. nella lunga analisi della questione. Accennere­mo soltanto alle conclusioni cui ella è giunta; e cioè, che Napoleone non sostenne mai com­pletamente Luciano anche so in cuor suo avrebbe desiderato il di lui avvento al trono di Napoli; ma non lo abbandonò mai del tutto, anzi cercò, per quanto gli era possibile, di facilitarlo indirettamente; peraltro, quando fu di fronte all'atteggiamento dei paesi con­servatori, all'alleanza dell'Inghilterra che presupponeva un impegno di ordine e di mode­razione, alle pressioni dell'opinione pubblica moderata contraria ad ogni pericolosa av-