Rassegna storica del Risorgimento
CHABOD FEDERICO
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1960
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416 Libri e periodici
venturu, Comprese che qualsiasi l'orma di appoggio lo avrebbe compromesso e (ini per ade-rire senza più- esitanze alla linea consigliata dal suo ministro degli esteri.
Degno di essere brevemente ricordato è pure l'atteggiamento di Cavour. Il quale dapprima fu ostile al movimento, per il pericolo che avrebbe rappresentato per l'Italia il ristabilimento a Napoli di una dinastia francese; ma più tardi non mancò di seguire cautamente l'evoluzione della crisi meridionale che gli parve suscettibile di vantaggi sol piano nazionale in funzione antiaustriaca. E d'allora giocò un gioco in verità ambiguo e pericoloso: non collaborare all'insediamento della dinastia murattiana, ma cercare dì provocarne la frattura con le forze nazionali italiane sospettose ed ostili, e intanto non combattere i maneggi dei murattiani senza però favorirli e scoraggiare nel tempo stesso ogni movimento di annessione al Piemonte. Fu in questo periodo agitato che Cavour ebbe! primi approcci con l'esule siciliano La Farina che appunto allora stava impadronendosi delle leve del nuovo partito unitario monarchico che ogni giorno guadagnava terreno.
La controversta con Napoli fini, come si sa, con la rinuncia della dotta nelle acque napoletane per iniziativa dello stesso Napoleone; e così venne meno al pretendente la possibilità di rivoluzionare il Regno.
Ma non si estinse del tutto il mito della facile meta né cessarono le polemiche: basterà qui di passaggio ricordare la reazione dei sostenitori del principe alla Dichiarazione sulla questione napoletana del Sirtori, ai quali si unirono pure gli antimurat -tiani che nello scritto videro una specie di concessione al pretendente straniero, e l'insolita pubblicità cui dettero occasione gli interrogatori cui fu sottoposto dopo il suo arresto il Nicotera, il quale denunciò con ampi particolari il pericolo di una iniziativa murattiana nel Mezzogiorno che avrebbe precipitato verso la tragica conclusione della spedizione del Pisacane. Le dichiarazioni del Nicotera comparvero anche su giornali stranieri e furono variamente commentate, ma della loro diffusione, che andava rafforzando l'antica paura, si giovò Ferdinando II per complicare la questione a suo vantaggio, e cioè per giustificare, specie di fronte ai paesi amici, la sua resistenza nella controversia con le potenze occidentali.
La candidatura del Murat (ed è questo un momento quasi ignorato che la Bartoc-cini ci fa conoscere palesemente mercè le sue fruttuose ricerche) fu ripresentata nell'agosto del '60, mentre nell'Italia meridionale dilagava la rivoluzione garibaldina. Il nuovo partito, se cosi può chiamarsi, formato in gran parte di ex borbonici, di conservatori e di separatisti, era sorto sia per un radicato sentimento d'instabilità della situazione, rafforzato dalla provvisorietà del sistema luogotenenziale e dalla crisi del nuovo Stato, sia per la fiducia in un'azione francese, nella quale speravano in ispecial modo gli ambienti conservatori, ingannati dalle subdole manifestazioni della politica imperiale. E si allargò la cerchia dei consensi con hi capitolazione di Gaeta e l'esilio di Francesco Ile con l'aggravarsi della questione romana (anche alcuni dei borbonici rifugiatisi a Parigi intrigavano a favore di Murat); ma in tutti mancavano ideali e finalità definite e non svolsero alcuna attività concreta accontentandosi unicamente di desideri, e di voti. In Francia per altro (e ciò è bene avvertire) la candidatura del pretendente fu rigettata tanto dai clericoconservatori quanto dai progressisti, consci della validità della rivoluzione italiana, perchè era ritenuta un nuovo elemento di complicazione nell'attuale situazione difficile e confusa e anche di pericoli per la Francia minacciata in Europa d'isolamento. Ma il discorso ultramontano pronunciato al Senato dal pretendente e il suo voto favorevole alla conservazione del potere temporale del papa, la proclamazione della sua decadenza da gran maestro della massoneria e la sostituzione con il principe Girolamo, la sfida tra i due a duello, dettero esca ad uno scandalo che avrebbe potuto assumere, anche per la partecipazione di alti dignitari dell'impero, grandi proporzioni se non fosse intervenuto a chiudere la partita* della quale invero esultavano tutti i nemici della dinastia, Io stesso imperatore, il quale ne trasse anche l'occasione per allontanare il rischio degli equivoci circa i suoi interessi in Italia, equivoci che contribuivano a disorientare e a raffreddare l'opinione pubblica francese. Tuttavia il pretendente non si arrese e, sia pure in sordina, continuò a svolgere la propagando nel Meridione, ove trovò ancora consensi, specie tra i malcontenti