Rassegna storica del Risorgimento
ARCHIVI ; GERMANIA (REPUBBLICA DEMOCRATICA TEDESCA)
anno
<
1961
>
pagina
<
120
>
Libri e periodici
Firenze e il consolato generale di Frància a Livorno dall'instaurazione della Seconda Repubblica sino all'annessione dell'ex granducato di Toscana al regno di Sardegna; ed è stato tutto tratto da Armando Suina, dì cui è universalmente nota la singolare competenza, dai fondi delle Archives du Ministèro dea affaire* étrangères di Parigi. Il Saiila. peraltro, ha proceduto ad una saggia e oculata cernita del vasto materiale, ma con ampi criteri, poiché, oltre i dispacci con argomenti diplomatici veri e propri concernenti i rapporti tra la Francia e la Toscana, ha incluso nell'ampia raccolta (eon tre grossi volami) anche i dispacci tra la Francia, la Toscana e una terza potenza e quelli che informano sull'attività delle società segrete, sui piani rivoluzionari e sulla situazione interna della Toscana sotto'vari aspetti (sociali; morali; economici), tutti corredandoli'di utili richiami esplicativi e bibliografici*
Una valutazione precisa e serena del ricco corredo documentario, sulla cui importanza sarebbe vano insistere (basterà solo ricordare che sulla politica svoltasi tra la Francia e la Toscana dal 1848 al 1860 gli studiosi si son valsi sinora quasi esclusivamente di fonti toscane o austriache) richiederebbe indubbiamente un'indagine lunga e meditata. Nell'attesa che vi si dedichi, e presto, lo stesso Saitta con la penetrante dottrina che giustamente lo distingue, sciogliendo cosi la promessa ch'egli fa nella lucida introduzione al carteggio, credo non sarà discaro ai nostri lettori se Cercherò, qui, attraverso le confidenze espresse, spesso con giudizi acuti e talvolta, anche obiettivi, dagli agenti ufficiali' francesi al loro ministro degli esteri, di meglio chiarire e, possibilmente, definire alcuni problemi relativi allo stato d'animo della popolazione toscana e all'atteggiamento dei partiti particolarmente nei due bienni più cruciali per la storia del nostro paese (184849 e 1859-60); problemi che, ad onta di una ormai copiosa pubblicistica, permangono tuttora incerti e, spesso, addirittura nell'ombra.
Dopo il crollo della monarchia di Luigi Filippo non furono per nulla interrotte le relazioni diplomatiche con la Toscana, anzi si fecero più cordiali dopo che il ministro degli esteri Lamartine, togliendo ogni sospetto al timoroso Granduca che la ventata repubblicana potesse ripercuotersi sul suo piccolo Stato (in verità la repubblica francese del luglio del *48 ebbe all'estero un carattere moderato e direi quasi conservatore), diede formali assicurazioni che il nuovo governo non si sarebbe punto ingerito nella vita interna della capitale che avrebbe ospitato i suoi rappresentanti, anzi che era suo sincero intendimento di proteggere i diritti della Toscana con fermezza e con misura e, se necessario, di darvi il proprio appoggio morale e materiale . E in effetti quando, dopo le dimissioni spontanee (questa almeno fu la giustificazione ufficiale) del marchese di La Rochefoucauld, che aveva retta la legazione toscana dal 6 aprile 1845 in qualità di ministro plenipotenziario, fu nominato un nuovo titolare nella persona di Adriano Teodoro Benoit-Champy (un uomo nuovo, che aveva abbandonato le pandette per la diplomazia) dapprima come primo segretario con missione officiosa e poco dopo come inviato straordinario e ministro plenipotenziario, al suo arrivo a Firenze fu accolto festosamente e con cordialità spiccata dal Granduca, dalla Granduchessa, da tutta la Corte, dai ministri, dalla Guardia civica. Il di seguente, scrivendo al Lamartine, gli manifestava la sua soddisfazione precisando nel contempo che il Granduca gli era parso veramente un principe franco e leale che godeva senza dubbio l'affezione dei suoi sudditi e che in tutto il paese regnava la più perfetta tranquillità. Ma purtroppo la calma era solo effimera, dovuta sovrattutto allo entusiasmo, ch'era ancor vivo, per la partenza della truppa in aiuto a Carlo Alberto e all'ansia delle madri peti figli volontari. La allocuzione famosa di Pio IX, seguita dal ritiro delle forze napoletane per volontà del Re, che all'impresa aveva invero aderito con evidente riluttanza (uri poco c'entravo anche cosi pensavano i Francesi, la spinta dell'Inghilterra), la vittoria di Peschiera che si temeva preludesse all'assorbimento di gran parte d'Italia sotto l'egida del Piemonte; le successive sconfitte e le conscguenti inumimi delusioni: codesti, in breve, i fatti che contribuirono a rompere la concordia dogli spiriti e a dare inizio all'agitarsi delle fazioni. Il partito repubblicano di Livorno, non tanto numeroso quanto audace, alimentato dal Montanelli, ma soprattutto dal discorsi infocati del Guerrazzi, tornato da poco dalla prigionia di Portoferraio approfittando della debolezza del
120