Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVI ; GERMANIA (REPUBBLICA DEMOCRATICA TEDESCA)
anno <1961>   pagina <124>
immagine non disponibile

124> Litri e periodici
già svoltasi con carattere nazionale e super-regionale nel circolo fiorentino del Vieus-seox e interrotta nel *48; e fa una ripresa per i suoi effetti, forse, per qualche lato almeno* non meno feconda di quella esercitata dalla Società nazionale. Il primo loro atto fu la fondazione di un giornale quotidiano dal titolo Italia , che doveva essere l'organo delle idee dell'indipendenza italiana, il cui direttore designato doveva essere il Rica soli e redat­tori il Galeotti* il Salvagnoli, il Bianchi. La pubblicazione fa peraltro recisamente vietata dal governo granducale e dallo stesso Granduca, il quale si era pure opposto, non meno recisamente, alla richiesta avanzata dal gruppo di un mutamento della compagine mini-steriale ormai, essi dicevano e con ragione, non più in armonia, per la sua retriva politica, ai tempi nuovi. La lista presentatagli di un nuovo ministero portava i nomi del Rido Hi, del Per uzzi, del Galeotti, del Lajatico. Il IO marzo del '58 usciva, senza che si fosse chiesta l'autorizzazione ministeriale, il primo numero della Biblioteca civile dell'italiano , della cui redazione facevan parte, oltre i su ricordati, il Corsi e il Cempini, liberali democratici. Il numero era dedicato all'apologia delle leggi lcopoldine e precisamente delle leggi di giurisdizione, di amministrazione, di polizia ecclesiastica. Se ne fecero uscire parecchie copie perchè avesse la maggior diffusione possibile. Ed invero fu avidamente letto per tutto il Granducato; ma poiché era scritto con espressioni violente contro il Papato (la visita fatta nell'agosto dell'anno precedente dal pontefice aveva disgustati a Firenze pro­fondamente gli animi dei patrioti) destò il rancore nel cuore miti ssimo del Capponi, le deplo­razioni di Pio IX emise in subbuglio la polizia e il tribunale di prima istanza. La Biblio­teca civile dell'italiano ebbe indubbiamente una grande risonanza in tutto il paese (di essa si occupò in particolare nel 1936 il Cannarozzi); ma va anche ricordata perchè rappre­senta uno dei pochi esempì di coraggio dati dal partito moderato, del quale il difètto fondamentale fa (se non erro) la soverchia remissività, il timore di uscire dalle forme della legalità, lo spauracchio continuo del popolaccio e dei moti di piazza e l'andare alla ricerca, in ogni occasione, del mezzo termine , proprio quando invece era necessario opporsi a viso aperto e senza tentennamenti alle forze della reazione. Si arrivò così sino al 27 aprile del '59 e proprio quel giorno, dopo che il Granduca aveva di già dichiarato senza ambagi che non avrebbe assolutamente abdicato e avrebbe continuato a conser­vare verso il Piemonte la piena neutralità (e a questo proposito è bene si sappia che era del tatto consenziente anche il Baldasseroni), i moderati sperarono ancora che egli si rav­vedesse e ritornarono, in rappresentanza, a lui per tentare ancora una prova proprio quando già stava per salire precipitosamente la marea, sicché (sia detto per la verità storica) non si deve a loro propriamente la liberazione, per la Toscana, dal Principe fedi­frago, ma al Bartolommei, al Dolfi, al Gironi, cioè ai democratici che avevano acquistato un grande ascendente sulle classi popolari. Rivoluzione, perciò, quella del 27 aprile netta­mente popolare-mazziniana, o meglio, d'ispirazione mazziniana, anche se vi portò il suo contributo il partito cavouriano. Sul modo come essa si svolse e sulle sue dirette conse­guenze, è inutile soffermarci, poiché ne ha trattato in un recente pregevolissimo lavoro Raffaele Ciampini con la consueta sua serietà di analisi e con dovizia di documenti, tratti essi pure dai fondi del Quai d'Orsay.
Sulle incrinature dei partiti in Toscana dopo la rivoluzione e sin quasi alla vigilia dell'annessione ha discorso non è molto su questa stessa rivista, dottamente, Renato Carmjgnani portando valide testimonianze. Ha anche la popolazione in generale fu assai meno tranquilla e concorde di quel che non si- creda, soprattutto nei momenti più difficili per il complicarsi dello vicende politiche europee (come, ad esempio, per i preliminari di Villafranca o quando a Zurigo stava per riunirsi il congresso per la pace), durante i quali più preoccupante parve l'incertezza del domani Fu allora ohe ne approfittarono per de­primere gli animi gli antranitari e gli imperterriti antonomisti, più numerosi assai che non sì voglia, specie tra gli aristocratici; e i duellisi!, alleati con i preti, i quali mestavano soprattutto noi borghi e nelle campagne fomentando l'ostilità contro il governo provvi­sorio. Qualche fermento si ebbe pure tra le classi inferiori durante la dittatura del Ricasoli per il cattivo andamento del commercio e per i sacrifizi cui essi erano sottoposti a causa delle ingenti spese dello Stato per la creazione di un forte esercito. Anche l'obbligo della