Rassegna storica del Risorgimento
1848 ; DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; NAPOLI ; NISCO NICOLA ; TOFA
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1961
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260
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260 Nunzio Coppola
2.
Carissima Madre - Fate subito pervenire a Carlo questo bigliettàio. - Caro Carlo, Due sacerdoti di ottima morale di Pomigliano d'Arco l'Accol. Ferdinando Russo e D. Felice Sodano l) deporrebbero contro tutti coloro che sono nella tua nota; essi nel far ciò non faranno che prestare omaggio alla verità. Amami e. riama la tua all'.ma sorella
A dì 24 Aprile. Carlotta.
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Caro Carlo, MasciUi ti manda questi venti docati per passarli al Signor Pironti, il quale dovrebbe avere la bontà di scrivere al Signor Falconieri di averli ricevuti. - Mio marito mi scrive (28 Aprile 50) quanto segue: E avvenuto l'arresto di un nostro emigrato che mi è forza assistere. Quali siano le cagioni della prigionia di questo D. Giovanni Tenorio politico, 3) non potrebbe esser detto così agevolmente. Solo ti accenno che non vi è stata estranea la presenza in Genova del famoso Cesare Politi.4) Se è necessaria una mia gita in
') L'accolito don Ferdinando Russo e il sac. don Felice Sodano, insieme con l'altro prete Salvatore Mingiouc, nominato nella lettera n. 4, tatti di Pomigliano d'Arco, fecero parte della lista aggiunta di discarico, addotta dal Poerio per ripulsare, come si diceva, altri quattro testimoni a carica loro concittadini: Onofrio De Falco, Luigi De Falco, Vincenzo Coppola e Mauro Co-Iella, che erano davvero quattro ribaldi, notati nelle loro fedi di perquisizione quali autori di furti prepotenze, stupri, false testimonianze, ecc.; e la fama di queste loro gesta rimase a lungo in paese anche dopo la loro morte. Le udienze (27 e 30 luglio e 21 agosto) in cui furono uditi prima i testimoni della ripulsa e poi quelli a carico, furono tra le più drammatiche di tutto il processo (A.S.N. Processo n. 4968, F. I, 19/2 fol. 107-119, e F. HI, 6/4, fol. 34-42).
2) Questa e la seguente sono sul medesimo foglietto.
3) Per questo don Giovanni Tenorio politico, forse la Carolina, da quel che si dirà nella nota seguente, doveva pensare a uno di questi due: o a Francesco Pallavicini di Proto, duca dell'Albaneto e poi di Maddaloni, o a Don Michele Cito Filomarino, principe della Rocca d'Aspide, ambedue rumorosissimi esuli napoletani in Piemonte.
V Cesare Politi, uno dei più attivi e zelanti funzionari di polizia, era particolarmente addetto, in patria, a tener d'occhio i prigionieri politici, le loro famiglie e i cittadini sospetti, ed all'estero, ove si recava spesso in missioni speciali, l'attività degli emigrati. Fra alle dirette dipendenze del Direttore generale e spulciava la stampa liberale straniera e compilava note o articoli, spesso anche in lingua francese, da inviare, a confutazione o smentita, ai giornali legittimisti. E in quei suoi scritti era spesso così aspro e intemperante, che il suo direttore gli negava l'assenso alla pubblicazione. L'episodio, cui qui si accenna, dev'essere il seguente, che aon riuscito a ricostruire da notizie dcll'A.S.N. (Minuterò di Polista, 1850, fasc.li 5973, 6227) e dai giornali piemontesi dell'epoca. Il Politi, proveniente da una delle sue missioni segrete a Parigi, era giunto a Torino il 20 aprile del '50 e ne era ripartito il 24, fermandosi a Genova in attesa d'imbarcarsi per Napoli. Appena fu conosciuta la sua presenza in questa città, quel rumoroso pazzarellone del Duca Proto, insieme col Principe della Rocca, alla testa di una dozzina di altri emigrati meridionali, si reco a inscenare tuia dimostrazione ostile sotto l'albergo, ove don Cesare Politi, o l'amico Cesare, come lo chiamavano gli esuli, alloggiava, intimandogli di sgomberare dalla città sotto pena della sua collera . E l'autorità di pubblica sicurezza locale, malgrado le rimostranze del consolo napoletano, ordinò al Politi di lasciare immediata-